Vittorio Sgarbi, il viceré

vittorio sgarbi 05/12/2017 - In Sicilia, dopo gli Uzeda, protagonisti del romanzo di Federico De Roberto,si aggira un nuovo Vicerè, simile ai precedenti per meschinità e la patologica monomania, in questo caso il narcisismo condito di volgarità e buffoneria.

L’Uzeda/Sgarbi si è insediato nella Giunta di centro destra con delega ai Beni culturali. Giusto il tempo per la rituale foto di gruppo e si è subito eclissato dichiarando che lascerà l’incarico solo per ricoprire quello più prestigioso, assicuratogli da Berlusconi, al Mibact, se il centro destra risultasse vincitore alle prossime elezioni politiche. Coalizione che, come in Sicilia, egli sosterrà con il suo partitino personale “Rinascimento”.

Non sono mancati i fuochi d’artificio sull’acquisto del castello di Schisò, un manufatto storico importante, ma privato, su cui la Regione potrà avvalersi del diritto di prelazione dopo la sua acquisizione da parte dell’ Ente parco, che a quanto pare, godrebbe finanziariamente di buona salute. Potrebbe bastare? Certo che no. Sgarbi intende anche istituire una Commissione alla Bellezza per le arti del Mediterraneo e abbattere le pale eoliche con i soldi di chi le ha costruite, con il piccolo problema che la  Regione  a suo tempo ha concesso le necessarie autorizzazioni ai produttori di energia e quindi dovrà essere lei a pagare. Per inciso, ne ha rilasciate così tante, da produrre un surplus di energia.

Insomma il solito personaggio ingestibile, umorale, mistificante, ossessivo  organizzatore di mostre prêt à porter e sgradevoli esibizioni neo-dannunziane: di recente si è mummificato ricoprendosi di carta igienica perché quando lascerà questa terra “voglio essere trattato da faraone e intanto mi sottopongo alle prove tecniche”- ha dichiarato.

La situazione dunque vede Sgarbi contemporaneamente assessore in Sicilia, a Urbino e Commissario alle Belle Arti e ai Musei di Amelia, mentre si è dimesso a febbraio di quest’anno dall’incarico di assessore al Comune di Cosenza con delega al centro storico. Ma questo sembra essere un problema solo per noi perché come il divin critico ebbe modo di spiegare a “Umbria Domani”, “servirà fare rete: porterò lo stesso evento in diverse parti”. Capito? Anche le mostre diventano pellegrine. E poi, comunque, un pittore genius loci, al di là dell’intrinseco valore, lo si trova sempre nella miniera d’arte italiana.

E il sindaco Gambini non ha niente da dire? Non è certo caduto dal pero: egli  ha detto che sapeva tutto e che non c’è nessun problema. E qui ha superato ogni decenza e senso del ridicolo e manifestato una irresponsabile faccia tosta. Che fine ha fatto il suo esibito efficientismo aziendalista? Da imprenditore, qual è, un dipendente assenteista come Sgarbi per quanto tempo lo terrebbe a paga?

Il legame tra Gambini e Sgarbi non si può giustificare solo con la tenuta della Giunta. C’è dell’altro: forse la sudditanza psicologica e la fiducia mal riposta  che Sgarbi costituisca una risorsa di per sé essendo sufficiente che nomini Urbino nelle sue frequenti comparsate televisive. Un’indecente distorsione della realtà perché è vero il contrario: è Sgarbi che usa Urbino come un palcoscenico sebbene abbia detto di non averne bisogno. Alla fine sarà lui ad andarsene per fare il ministro, ma a quel punto la Giunta Gambini dopo qualche mese andrà in scadenza e non avrebbe senso sostituirlo.

Ma c’è anche dell’altro: ieri l’assenteista Sgarbi si è materializzato finalmente in Urbino ma per promuovere il suo partito personale “Rinascimento”. Ha partecipato, infatti, a un coordinamento territoriale delle liste civiche, spesso farlocche, “trasversali alla politica”. Al suo fianco Gambini (probabile sponsor dell’incontro che, si mormora, non si ricandiderà nel 2019) e diversi sindaci dell’entroterra per “ottenere una maggiore rappresentanza e peso politico a livello regionale e nazionale”. Forse il sindaco vuole essere della partita. Del resto se in Parlamento sono entrati Razzi e Scilipoti può entrarci chiunque, lui compreso. E’ tutto da verificare ma è un’ipotesi plausibile a meno che, dopo aver testato le sue capacità di amministratore, non decida di tornare a tempo pieno a quello che sa fare meglio.

Agli altri il compito di rimettere insieme i cocci provocati dalla faciloneria e dall’arroganza mimetizzando l’assenza di ogni vera progettualità con la propaganda, assegnando compiti impropri ai consiglieri di maggioranza, prodotto la devastazione della macchina comunale e ridotto il centro storico a un drive - in.

Mi auguro che abbia capito che governare è più difficile che comandare e che il Consiglio comunale non è un consiglio di amministrazione dove comanda il socio di maggioranza. Rimarranno i danni prodotti da un deficit di cultura istituzionale e politica e l’incapacità di comprendere la complessità dei problemi. Ad altri, mi auguro, spetterà il difficile compito di (ri)progettare  una nuova stagione per la città ripristinando anzitutto quel circuito virtuoso fra amministratori e l’intellettualità che tanti risultati ha prodotto fra gli anni sessanta e settanta del Novecento, periodo in cui si è verificato l’unico vero salto di qualità con effetti positivi sul lungo periodo. Una luce nel buio della quale si avverte  la necessità.





Questo è un articolo pubblicato il 05-12-2017 alle 19:25 sul giornale del 06 dicembre 2017 - 355 letture

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