Inaugurata la mostra "Dialoghi sulla sofferenza", Sgarbi: “La fotografia contro la realtà”

mostra fotografica dialoghi sulla sofferenza 2' di lettura 03/04/2018 - Il tempo ci corre addosso, ci trasforma, attraversa anche le nostre menti e cambia le nostre idee e la nostra percezione delle cose.

Giordano Morganti, a me vicino negli anni, ha battuto gli ultimi manicomi nella stagione di trapasso dopo la legge Basaglia. Ha incontrato i matti, li ha fotografati, ne ha condiviso il dolore. E poi è tornato in quelle stanze vuote, manicomi abbandonati, gli ospedali psichiatrici, una brutta definizione che ci parla di incurabili, eppure sottoposti a cure ma in realtà a violenze, a segregazioni. Sono passati gli anni, i decenni, non si parla più di manicomi, eppure la follia è cresciuta: disturbi, turbamenti, dolore, si scaricano nella vita e nell’esperienza quotidiana. I sofferenti non si ricoverano più in ospedale, non avrebbe senso. Siamo sofferenti tutti. E così oggi Morganti non documenta più le cronache e il dolore, ma la storia.

Due giovani donne ci raccontano, in fotografia, le loro inquietudini affidando all’obiettivo l’indagine non di ciò che è fuori, ma di ciò che è dentro, la loro anima, la loro sensibilità, la loro coscienza. Ecco Ilaria Facci che sembra voler cogliere nelle torsioni dei corpi il momento in cui ne esce l’anima, che sfugge e che insieme dà vento e senso alle immagini. E Ilaria sembra dire: la donna è prima anima che corpo, e io ne colgo i sussulti, in una sequenza che strappa ai volti il primato per attribuirlo ai corpi. Ilaria vede il mondo con occhi diversi, malati, attraverso la retinoblastoma, e ci parla di un mondo altrimenti sconosciuto. Il suo occhio accede alla sua anima. Nidaa Badwan si è autoricoverata. A manicomi chiusi, ha scelto di imprigionarsi in una stanza per quasi due anni. Si era ribellata al velo che celava il suo volto, ha scelto di rifugiarsi in solitudine per essere libera e non dover subire la prigione e la condanna dello sguardo degli altri, maschi islamici. Nella vita quotidiana i pregiudizi, la mortificazione della donna impongono un rapporto subalterno. Per essere liberi occorre nascondersi, chiudersi in casa, e da lì raccontare il proprio corpo, la propria identità femminile.

Morganti, Facci,Badwan, tre condizioni della sofferenza. La fotografia contro la realtà.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 03-04-2018 alle 00:00 sul giornale del 03 aprile 2018 - 332 letture

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