BOOKS AND THE CITY - "Sarà per un'altra volta" di Sergio Di Cori Modigliani

5' di lettura 11/05/2019 - Torna l’appuntamento con la rubrica "Books and the city", in collaborazione con Aras Edizioni. La formula scelta è quella dell'intervista all'autore. È la volta della prima Vete-Rana ovvero la prima riedizione di un’opera che ha ancora qualcosa da dire Sarà per un’altra volta di Sergio di Cori Modigliani. L’obiettivo: continuare a fare cultura e promuovere la lettura.

IL LIBRO
Dopo poco tempo che questo libro fu pubblicato nel ’78 l’autore e l’editore Savelli vengono denunciati per oltraggio al pudore, oscenità, incitamento alla rivolta, insulto e denigrazione della morale corrente. Nel ‘79 il libro è censurato. Oggi, a 40 anni di distanza, quelle pagine ingiallite dal tempo tornano fresche con questa nuova e fedele edizione, nella duplice lettura del romanzo e del documento storico. “Davide Spizzichino, laureato e disoccupato, è alla disperata ricerca della sua identità, compiendo un tragico viaggio nella quotidianità di una Roma devastata dalla violenza, dall’impossibilità dei rapporti, dalla mancata comunicazione umana, nel folle tentativo di approdare a un’identità che non sia soltanto sopravvivenza. […] E se […] questa maledetta società non cambierà oggi, beh … ‘se sapremo ribellarci con tutta la nostra rabbia… sarà per un’altra volta’.” [dalla quarta di copertina dell’edizione del 1978].

Quando il libro fu pubblicato per la prima volta la stampa lo accolse per il suo essere rappresentativo di un’intera generazione, quella della contestazione studentesca. Ce ne può restituire un ritratto?
In verità, la stampa non se ne occupò affatto, con l’unica eccezione di Vittoria Ronchey su «la Repubblica». Il motivo è tutto nella specifica circostanza storica: l’ottobre del ’78. Di questo libro era meglio non parlarne perché non si invitava alla militanza attiva. Erano trascorsi soltanto sei mesi dal ritrovamento del corpo di Aldo Moro e l’intero campo politico era assorbito dalle questioni relative allo scontro brigate rosse/stato. Il protagonista del romanzo, Davide Spizzichino, invece, è in contro-tendenza. O meglio ancora, prevede i tempi e li anticipa, offrendo uno spaccato di giovani ventenni che non volevano più occuparsi di politica, non volevano più sentirsi in mezzo a scontri violenti di piazza o di palazzo, perché non li sentivano sulla pelle, non ci si identificavano più. I giovani erano diventati esistenzialisti, volevamo far l’amore, ritornare a ballare senza paura e stabilire che chi incontravamo era attraente o repellente solamente per via dell’odore, dello sguardo, della voce, della mimica, e non della divisa partitica. Invece, c’era l’obbligo tassativo di schierarsi. Pena l’essere qualunquisti, il peggior insulto nell’Italia del 1978.

Nella sua vita il libro segnò un vero e proprio spartiacque. Ci può raccontare le vicende che la coinvolsero?
Allora ero un giovane di 27 anni, piuttosto timido, convinto aver intrapreso una carriera accademica alla facoltà di Estetica. Ero il critico teatrale del «Corriere della Sera». Usando il linguaggio odierno, quindi, si può dire che ero un intellettuale di sinistra. Il libro fu un immediato successo di vendite, ma io neppure me ne accorsi, pensavo che fosse normale vendere decine di migliaia di copie a settimana. Dopo neanche un mese una Preside di un Istituto magistrale lo denunciò sostenendo che turbava le coscienze delle sue alunne e il romanzo venne sequestrato dalla polizia. Fui quindi processato nell’aprile del 1979, per direttissima. Io non mi rendevo conto neppure di ciò che mi stava accadendo e mi aspettavo che, da un momento all’altro, Moravia, Bertolucci e gli altri importanti artisti italiani mi avrebbero sostenuto pubblicamente. Invece non fu così. Anzi. Fu proprio la sinistra a sostenere che era un fascista dichiarato. Due giorni prima della sentenza il mio avvocato mi convinse ad attendere il verdetto - che fu pessimo - a Lugano. Fui condannato a diversi anni e il libro al rogo. Vennero bruciate tutte le copie raccolte davanti a un notaio di Stato nel vestibolo del Palazzo di Giustizia di Trapani. Ma io ero scappato via, in California. Con un commento di tre righe, il quotidiano «l’Unità» applaudì la scelta della magistratura. Mi licenziarono dall’Università e dal «Corriere della Sera» e mi ritrovai in America come un reietto, scoprendo una vita completamente diversa e divertendomi un mondo. Come dire: sono morto ma sono risorto. Due anni dopo, l’allora Presidente Sandro Pertini mi concesse la grazia cancellando il mio nome dal casellario penale e promulgò un decreto che aboliva per sempre dal diritto italiano la “condanna al rogo per i prodotti dell’ingegno”. Sarà per un’altra volta fu l’ultimo, tre anni dopo la condanna al rogo del film Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci.

È lecito parlare ancora oggi di censura nel nostro Paese?
L’epoca è molto diversa, in tutti i sensi. In teoria dovrei dirle di no, assolutamente no, perché oggi il mercato è libero ed è globale e chiunque ha il diritto di pubblicare ciò che vuole, con chi vuole e come vuole. Il problema è che il Diritto non basta. Ci vuole anche la possibilità di avere accesso al mercato, ma quella, invece è negata. Lo è per i liberi pensatori che si rifiutano di schierarsi politicamente, lo è per chiunque non goda di malleverie politiche, e per chiunque non abbia la possibilità di investire una forte quantità di danaro. Legalmente non esiste alcuna censura e si può stare tranquillo. Le condanne sono di altro tipo. Perché questo è un paese in cui vale soltanto chi conta e chi vale non conta. La visibilità ha sostituito la sostanza. Di conseguenza, l’autore è morto perché accettando questo modello ha rinunciato alla propria essenza diventando ciò che gli editori vogliono da lui: che sia un personaggio televisivo. L’autore, oggi, infatti, non pretende più che i personaggi da lui inventati vivano per conto loro nell’immaginario dei lettori, ma si è sostituito a loro prendendone il posto e quindi si sono suicidati nel nome della visibilità, se possibile, con una succosa aggiunta gossip. E questa è una tragedia collettiva che, a mio avviso, è molto ma molto peggio di qualunque forma di censura.








Questa è un'intervista pubblicata il 11-05-2019 alle 18:20 sul giornale del 13 maggio 2019 - 416 letture

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