Pasquale Rotondi, falsi scoop e storiografia

pasquale rotondi| 7' di lettura 02/10/2019 - Sono rimasto sorpreso dalle dichiarazioni di Giuliano Donini, pubblicate in esclusiva dal Resto del Carlino domenica 29 settembre, che riferisce delle confidenze ricevute dal prof. Pietro Zampetti, considerato il più grande storico “totale” dell’arte veneziana, che nel 1949 subentrò a Pasquale Rotondi nella Soprintendenza alla Galleria nazionale delle Marche, insegnando anche, in periodi diversi, nell’Università urbinate prima di trasferirsi definitivamente a Ca’ Foscari.

Zampetti, come Rotondi, si prodigò tra il 1943 e il 1945, a Modena e Bologna, per mettere al sicuro, salvandole dalle razzie tedesche, numerose opere d’arte, al punto, si dice, da staccare con le proprie mani un affresco nel Duomo di Modena per salvarlo dalla violenza distruttiva dei bombardamenti.

Donini afferma che Zampetti gli avrebbe confidato che nel 1943-44 tutta l’operazione organizzata da Rotondi per salvare migliaia di opere d’arte, occultandole nella Rocca di Sassocorvaro e nel Palazzo dei conti di Carpegna, non era sconosciuta ai tedeschi i quali, paradossalmente, se le sarebbero trovate già pronte nel momento in cui avessero deciso di trafugarle in Germania. Addirittura ogni spostamento di Rotondi con i quadri sarebbe stato preceduto da “un’automobile civetta con i tedeschi a bordo” che sapevano dove andavano e cosa si stava facendo”. Sono ignoti i motivi per cui il prof. Zampetti considerasse Rotondi un “eroe” da ridimensionare ed è sorprendente, stando alle fonti, che abbia potuto offrire una narrazione così inverosimile e destituita di fondamento.

La vicenda che ebbe al centro Rotondi è troppo nota per essere qui richiamata in dettaglio. Ritengo, tuttavia, importante precisare che l’operazione di messa al sicuro del patrimonio artistico italiano era stato avviato dal ministro dell’Educazione nazionale Bottai fin dall’ottobre 1939 in considerazione dei “venti di guerra” conseguenti all’aggressione nazista della Polonia e nel timore, fondato, di un’estensione del conflitto e del coinvolgimento dell’Italia fascista stretta alleata della Germania nel Patto d’Acciaio. Rotondi assume l’incarico esattamente due mesi dopo l’invasione della Polonia, il 1° novembre, e in attuazione delle direttive ministeriali deve reperire dei luoghi sicuri dove concentrare il patrimonio artistico italiano in caso di guerra. Inizialmente pensò a Urbino come a una “città aperta”, ma la presenza di un grande deposito militare dell’aeronautica a poca distanza in linea d’aria dalla città l’obbligò a rinunciare al progetto.

Di qui l’affannosa ricerca di un altro luogo e una capillare ricognizione del territorio che durò sei mesi. Infine nel maggio del 1940, ormai a pochi giorni dall’entrata in guerra dell’Italia, la scelta cadde sulla Rocca di Sassocorvaro, un “fortilizio stupendo”, che per le sue caratteristiche Rotondi considerò la migliore soluzione possibile. Dopo oculate ricognizioni e alcuni indispensabili lavori, l’operazione di trasferimento iniziò l’8 giugno 1940 e di fatto proseguì per concludersi alla fine di quell’anno con la messa in sicurezza di centinaia di opere provenienti da tutte le Marche. Ma il sempre più consistente afflusso di opere e di materiale bibliografico e archivistico di inestimabile valore proveniente da Venezia e Milano, rese necessaria l’individuazione di un altro sito e la scelta cadde sul palazzo dei conti di Carpegna.

A conoscenza dell’operazione erano in pochi: oltre a Rotondi, la moglie, l’autista Augusto Pretelli e le autorità politiche cittadine che si dimostrarono collaborative mentre il prefetto si defilò soprattutto dopo l’8 settembre e la presenza in città dei tedeschi. Il regime di occupazione e la lontananza del governo della Rsi, accrebbero il pericolo di una razzia del nostro patrimonio artistico. Rotondi allora si rivolse a Emilio Lavagnino, l’ispettore centrale della Direzione generale delle Antichità e Belle Arti, con cui collaborava un gruppo dei migliori funzionari, tra cui Carlo Giulio Argan, che si erano rifiutati di seguire il governo a Salò.

L’idea, che andò a buon fine, era di coinvolgere la santa Sede che si rese disponibile ad accogliere le opere in Vaticano e intraprese per questo una trattativa con l’Ambasciata tedesca sostenendo che quanto custodito a Sassocorvaro, Carpegna e anche a Urbino era materiale, soprattutto archivistico, di proprietà della Chiesa la quale intendeva concentrarlo a Roma. Nella trattativa ebbe un ruolo fondamentale monsignor Montini, il futuro Paolo VI, allora Sostituto alla Segreteria di Stato e attivo nell’Ufficio informazioni del Vaticano, ascoltato collaboratore di Pio XII.

Il tutto si risolse con due viaggi, il 22 dicembre 1943 e il 16 gennaio 1944. In base agli accordi con il Vaticano i tedeschi fornirono i mezzi e la scorta armata al comando del sospettoso tenente Scheibert. Certo, furono usate delle astuzie, che sono state narrate dai protagonisti, per convincere i tedeschi che le casse contenevano non opere d’arte, ma documentazione cartacea.

Tutte le fonti concordano su questa ricostruzione: il Diario di un salvataggio artistico di Emilio Lavagnino pubblicato da “Nuova Antologia” (1974, agosto, fasc.2084); Per non ricordare invano, il diario di Rotondi, che contiene anche la corrispondenza con la Direzione Generale (in “Bollettino d’Arte, s.VII, 27, 2015, pp.115-200; il racconto della figlia di Lavagnino, Alessandra (Un inverno 1943-44, Sellerio 2006); la ricostruzione contenuta in alcuni capitoli e nell’appendice di Urbino e Pasquale Rotondi (1939-1949), di G. Di Ludovico (QuattroVenti 2009).

Si può dire, al dunque, che non sussistano i presupposti per riaprire la questione: non è possibile ascoltare il prof. Zampetti, mancato ultranovantenne nel 2011, mentre la fotografia di rito che riprende Rotondi e il prof. Leonardo Castellani in divisa fascista a palazzo ducale durante la visita del segretario nazionale del Partito fascista, non mette in discussione quanto oggettivamente verificato. O devo ricordare che per gli impiegati dello Stato c’era l’obbligo di indossarla almeno nelle cerimonie ufficiali? Che se poi dovessimo pubblicare le fotografie degli urbinati in camicia nera sai quanto sarebbe grosso l’album!

È interessante notare, fra l’altro, che il prof. Zampetti non accenna a Rotondi nella sua autobiografia (Gli anni i giorni le ore. Ricordi e testimonianze di uno storico dell’arte, Motta, 2000, Capitolo “Memorie”, una lunga intervista raccolta da Simone Socionovo nel giugno 1999, pp.18-195), se non per ricordare che dopo l’8 settembre 1943 venne a Urbino per chiedere di poter lavorare alla Galleria nazionale ricevendone un rifiuto perché l’assunzione era di competenza del Ministero. Zampetti, vincitore di concorso, nel luglio 1940 era infatti entrato nei ruoli dell’Amministrazione delle Belle Arti e destinato alla Soprintendenza di Trento dove, dopo il richiamo alle armi e ottenuto il congedo, era rientrato nell’ottobre 1943. Se non che la costituzione dell’Alpenvorland che sottoponeva le province di Trento, Bolzano e Belluno alla diretta amministrazione militare tedesca sottraendola alla Rsi, di fatto costringeva Zampetti a trasferirsi a Padova dove la Rsi aveva istituito una parvenza di ministero dell’Educazione nazionale. Infine nel maggio 1944 lascia Trento avendo ottenuto di trasferirsi a Modena.

Un secondo incontro con Rotondi risale al 1949 quando Zampetti, che dal 1946 era stato trasferito a Genova, viene destinato a Urbino come Soprintendente mentre a Genova arriva Rotondi. I due si scambiarono così anche i rispettivi appartamenti. Questo lo stato dell’arte per quanto riguarda i rapporti fra Zampetti e Rotondi. Mette conto ricordare anche che Zampetti nella sua citata autobiografia, ha parole di grande stima per Rotondi ed elogia i suoi studi sul Palazzo ducale (pp.68-69).

Se non possiamo dubitare della sincerità di Donini, come spiegare l’atteggiamento di Zampetti, un prestigioso storico dell’arte e un persona di grande dirittura morale? Qui si entra nel terreno scivoloso delle debolezze umane che esulano dal campo d’indagine della storiografia. Questo interrogativo, dunque, rimane senza risposta, ma per quanto mi riguarda è ininfluente perché contano i fatti e la comprovata convergenza delle testimonianze.


da Ermanno Torrico
Presidente Istituto "E. Cappellini”





Questo è un articolo pubblicato il 02-10-2019 alle 07:00 sul giornale del 02 ottobre 2019 - 1034 letture

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