Ancona: caporalato ai cantieri navali. Gli operai pagavano il 'pizzo' per lavorare

3' di lettura 29/05/2020 - Operai sfruttati e sottopagati, costretti a versare parte dello stipendio al 'boss'. E fatture false per 15 milioni di euro. È quanto emerso dalla maxi indagine condotta dal nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza di Ancona nel settore dei subappalti legati alla Fincantieri

L'operazione ha portato alla denuncia di 19 persone, tra cui 6 caporali, per una serie di reati che vanno dallo sfruttamento del lavoro alla truffa aggravata alla frode fiscale. A tre imprenditori, gestori di fatto di una ditta con sede legale a Taranto ma operante ad Ancona, sono stati sequestrati beni per un totale di 350mila euro.

Sedici le società coinvolte, gestite sia da imprenditori italiani che bengalesi, con sede legale in varie regioni: Marche, Basilicata, Campania, Friuli Venezia Giulia, Puglia e Veneto. Tutte imprese che lavorano in subappalto in vari cantieri navali italiani impiegando complessivamente 416 lavoratori. Tra questi 146 operanti alla Fincantieri di Ancona, società risultata completamente estranea ai fatti. L'indagine, condotta con la collaborazione dell'Ispettorato del lavoro, è andata avanti per oltre un anno.

L'obiettivo delle società coinvolte era quello di accaparrarsi gli appalti nel settore della grande cantieristica navale offrendo prezzi ribassati e fuori mercato per la concorrenza. Per ottenere ciò abbassavano artificiosamente il costo del lavoro, per esempio costringendo i lavoratori a consegnare una parte dello stipendio al caporale. Un vero e proprio 'pizzo' per poter lavorare. Come i 40mila euro in contanti, contenuti in buste di plastica con scritto “Da parte del lavoratore per il boss” sequestrati durante una perquisizione a Marghera (VE) a casa di un presunto caporale bengalese. Denaro che, secondo quanto ricostruito, finivano in Bangladesh con un servizio di money transfert.

Le indagini hanno permesso di rilevare il sistematico sfruttamento degli operatori stranieri, in particolare bengalesi, che erano costretti a lavorare sottopagati e a vivere in alloggi fatiscenti. Tutto per poter avere un contratto di lavoro e ottenere quindi il rinnovo del permesso di soggiorno.

Le società inoltre ricavavano illeciti risparmi non corrispondendo ai dipendenti le indennità accessorie: ferie, malattia, tredicesima e tfr. E le indennità integrative previste dalla legge per il lavoro notturno. In particolare una società di Taranto ha fatto lavorare di notte per quattro anni numerosi operai per la molatura degli scafi delle grandi navi senza dare loro l'integrazione dovuta, risparmiando oltre 160mila euro.

Oltre dal derubare i propri lavoratori, le società ottenevano guadagni illeciti anche da un serie di artifici e frodi fiscali. Le indagini hanno accertato false fatture per un importo totale di 15 milioni di euro emesse da una serie di società terze fittizie. Inoltre venivano usati degli artifici contabili volti ad abbassare l'importo delle buste paga e il correlato carico fiscale e previdenziale, tra cui il sistematico ricorso al sotto-inquadramento dei lavoratori e ai rimborsi per trasferte mai effettuate.






Questo è un articolo pubblicato il 29-05-2020 alle 15:38 sul giornale del 30 maggio 2020 - 273 letture

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