Raffaello, Sgarbi e gli altri

gambini e sgarbi 4' di lettura 10/07/2020 - Fu un genio. Uno pei più grandi artisti di ogni tempo. Si narra che dipingesse senza alcuno sforzo. Per grazia infusa. Fu l’interprete ideale ed assoluto della bellezza classica e della perfezione. Ritenuta questa irraggiungibile. Di provenienza quasi divina.

Vasari narra “coloro che sono possessori di tante rare doti, quante si videro in Raffaello da Urbino, sian non uomini semplicemente, ma, se è lecito dire, Dèi mortali”. Purtroppo morì troppo giovane.

Quest’anno, cinquecento dalla sua morte, Urbino gli avrebbe tributato tutti gli onori. Sarebbe stato per Raffaello un tornare a casa. Dopo tanto tempo. Ma così non è stato, per la Pandemia.

Al suo posto è tornato Sgarbi, il Pro-Sindaco, l’imitatore. Ancora lui. Il paradosso. Fisso nella sua indolente ed assurda architettura di malessere virale. Superfluo e metaforico. Bambino con la spada. Micidiale ed indigeribile. Lancinante nel suo fastidio. Sempre a lato delle cose. Discosto e decontestualizzato. Tanto che, per non soccombere all’anonimato, annuncia all’umanità di esistere come prodigiosa intuizione perfetta della natura, ancor prima e più di Raffaello, di cui tuttavia ne teme la fama e gli onori.

Allora per adombrarne l’immagine a suo vantaggio, allestisce una mostra distrattiva. Incentrata non sul Divino come sarebbe stato ovvio vista la ricorrenza, piuttosto su un suo amico, Baldassarre Castiglione, letterato. Una emozione storpia. Come volerci far credere di crescere i meloni d’inverno. Aggiungendo momenti di vita di corte e abiti antichi, medaglie ed armature del tempo. Oltre a zampilli fluorescenti, botti e fuochi pirotecnici. Una immorale deviazione, imperfetta quanto insensata, di cui è capace questo molesto allestitore del tutto inetto, dominato dalla sua ossessione.

Borges, scriveva che la gloria è la peggiore forma di incomprensione. In una allusione da estendere anche all’Accademia Raffaello, che in un aritmetico infantile gioco di ceci, nel frattempo, ha bandito le Olimpiadi Raffaellesche.

Così vanno le cose in Urbino. Un lento e continuo palpito di dolore. Tra cocci e calcinacci. Forse Raf, è stato meglio così. Che tu non ti sia mosso dal Pantheon. Questo non è più il tuo posto. Non lo è più per nessuno. È ormai diventato un posto fittizio, dove da tempo non si crea più bellezza. Non solo come valore estetico, ma anche sociale. La bellezza dovrebbe servire a rimodellare l’anima di una Città. Con segni di vita. Per vivere meglio. Lo dice anche il principe Myskin di Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo”. Purtroppo non è stato così, almeno per noi. E la Città nel suo insieme, ne è la smentita immorale. Una Città, dove la bellezza è stata sempre una saponetta da bidet, usata sempre da qualcuno, per pavoneggiarsi. Per profittarne. Così da farle perdere, ogni talento. Così da moltiplicarne le brutture, in un disordine di superlative negligenze e disarmonie.

Oggi che avremmo dovuto celebrare Raffaello, Urbino si oppone arresa e piegata ad un Sindaco semianalfabeta. Totalmente incapace di modellare le cose. Se non deformarle a sua somiglianza. Che nel delirio della sua ignoranza, si auto-nomina Assessore alla Cultura. Ed in quella duplice veste, impostora ed indegna, prima concede la Cittadinanza Onoraria ad un fabbricante d’armi, nonché trafficante di morte. Poi, modificando lo Statuto, si inventa la carica di Pro-Sindaco per Sgarbi, sottolineando “senza alcuna delega, solo come figura di rappresentanza”. Intenzione largamente smentita l’altro ieri quando inopinatamente, l’ineffabile Pro-Sindaco, è riuscito a bloccare un preincarico, già a maggioranza dalla Giunta, di affidare il Piano Strategico della Città all’Architetto Boeri.

Altrochè figura di rappresentanza. Atto grave. Deciso da un terzo. Fuori dalla Giunta. Capace di subordinare l’Amministrazione.

Per gli altri nel frattempo, per i cittadini, per quelli che non si indignano mai, che non si spostano nemmeno cascasse il mondo, per gli oppositori, è stato un contraccolpo di vento. Una cosa da nulla. Che non occupa e preoccupa i loro pensieri. Tanto da lasciarli concentrati a ricalcare le antiche sequenze, il più delle volte intristite e vergognose, spesso con la testa reclinata, replicate nell’immenso emporio cittadino dove si acquista, si vende e ci si svende.






Questo è un articolo pubblicato il 10-07-2020 alle 20:49 sul giornale del 10 luglio 2020 - 255 letture

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