La storia ritrovata: la leggendaria storia del Brigante Musolino

Giuseppe Musolino 4' di lettura 11/06/2010 -

La leggenda di Giuseppe Musolino (il “Brigante” o il “Re dell’Aspromonte”) è stata tramandata dalla stampa e dai racconti popolari fino ad arrivare ai giorni nostri. Musolino, nel volgere di un breve lasso di tempo, da semplice “taglialegna” si trasformò in un “bandito” temuto e riverito in tutta la Penisola.



La sua storia inizia in maniera banale: durante una serata in un’osteria passata a bere qualche bicchiere di troppo scatta una rissa (da un lato Musolino e un tale Falastò, dall’altro i fratelli Vincenzo e Stano Zoccali) a causa di una partita di nocciole. Il giorno dopo qualcuno spara a Vincenzo Zoccali, mancandolo di un soffio. Questo basta però a far intervenire i carabinieri, che arrestano il Falastò e poi si presentano a casa del Musolino. Che nel frattempo scappa e, quindi, per le forze dell’ordine, questo è un chiaro indizio di colpevolezza.

Sei mesi più tardi il nostro viene arrestato per tentato omicidio. Il 28 settembre 1898 il Tribunale condanna Musolino ad una pena severissima: 21 anni di reclusione. In ogni udienza si proclama sempre innocente. Dalla gabbia dove è rinchiuso grida: "Ho ventun anni e sono stato condannato a ventuno! ma uscirò prima per vendicarmi". Inoltre nei confronti dello Zoccali (che aveva testimoniato il falso pur di farlo condannare) sembra pronunci che gli “avrebbe mangiato letteralmente il fegato o che ne avrebbe venduto la carne come animale da macello”.

Come da promessa, il 9 gennaio del 1899 riesce a fuggire dal carcere. Il povero taglialegna si trasforma in un folle omicida. Commette una serie di delitti nei confronti di tutti quelli che l’hanno accusato o tradito. Ferisce un accusatore e ne ammazza la moglie, con la dinamite fa saltare la casa di Zoccali e uccide un ragazzo. Nei mesi dopo la fuga in totale commette 5 omicidi e prova ad uccidere altre 4 persone. Si nasconde nei posti più disparati, riuscendo spesso a trovare l’aiuto della gente del posto, che lo prende come “simbolo” nei confronti delle ingiustizie e vessazioni in cui la Calabria versa (l’unità d’Italia, operata dai piemontesi era recentissima e, le popolazioni del sud, mal digerivano le decisioni del Governo “nordista”).

Per tre anni semina il terrore e nessuno riesce a catturarlo, nemmeno con l'aiuto di una taglia posta sulla sua “testa” di “ben” 5mila lire. Nel 1902, dopo tre anni di “gloriosa” latitanza (ormai le sue gesta venivano cantate e narrate da più voci), lascia l’Aspromonte perché ormai si sente braccato e non più al sicuro. Nel suo peregrinare lungo la Penisola arriva fino ad Acqualagna, in provincia di Urbino. Lì però gli succede un inconveniente: incontra due carabinieri in pattuglia e, pensando che sono sulle sue tracce, si volta, scappa e comincia a correre in maniera forsennata. Mentre è in fuga però inciampa su un filo di ferro che regge un filare di viti, cade, viene raggiunto dai carabinieri ed arrestato (per la sua cattura venne stimato che lo Stato spese in totale un milione di lire). Appena giunge in caserma dice al brigadiere Mattei (il padre del futuro Enrico Mattei, presidente dell'ENI) dice essere un contadino di Pesaro, ma l'accento calabrese lo tradisce.

Il processo inizia il 14 aprile del 1902. Davanti alla Corte d'assise di Lucca, Musolino pronunzia un'autodifesa apparentemente sconnessa, ma ad effetto, che produce un autentico entusiasmo presso il pubblico popolare venuto ad assistere: "Se mi assolveste, il popolo sarà contento della mia libertà. Se mi condannaste, fareste una seconda ingiustizia come pigliare un altro Cristo e metterlo nel tempio”. Parole divenute celebri ma che non gli evitano una durissima condanna all’ergastolo. Rimane in carcere fino al 1946, quando gli viene riconosciuta l’infermità mentale e quindi condotto al manicomio di Reggio Calabria, dove muore il 22 gennaio 1956.

Nel 1933 un tale, Giuseppe Travia, emigrato in America decenni prima, confessa di essere stato lui a sparare a Vincenzo Zoccali. In questo modo Musolino viene discolpato del primo delitto, ma si tratta di una beffa assurda e tragicomica: se il colpevole si fosse trovato subito, Musolino probabilmente non avrebbe mai commesso gli altri delitti e non sarebbe diventato un assassino.

La storia del “Brigante” durante quegli anni ebbe una vasta eco su tutta la stampa italiana (Corriere della Sera, Avanti!, Il Mattino, Il Secolo) e in parte anche in quella straniera (Times, Le Figaro). Ogni giornale dava la sua interpretazione delle gesta compiute dal bandito, a volte condannandolo, a volte giustificandolo, spesso circondandolo di un’aurea leggendaria. Anche il cinema si occupò di questa vicenda: nel 1950 venne fatto un film ispirato alla sua storia dal titolo Il Brigante Musolino, di Mario Camerini. (durante il Fascismo la storia di Musolino non era mai stata rappresentata per l'assonanza del nome con Benito Mussolini). Quando Musolino venne arrestato, Giovanni Pascoli gli dedicò un'ode dal titolo: Musolino incompiuta.


   

di Paolo Battisti






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 11-06-2010 alle 15:58 sul giornale del 12 giugno 2010 - 2771 letture

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