Sgarbi: "La Muta di Raffaello deportata a Mosca per un'inutile mostra. Dove sono gli indignati a comando?"

vittorio sgarbi la muta di raffaello 3' di lettura 12/09/2016 - Due anni fa un grottesco appello, volto ad ostacolare la mostra “Da Cimabue a Morandi”, da me concepita per Genus Bononiae in palazzo Fava a Bologna, tra varie e volgari insinuazioni, mi accusava dello spostamento, peraltro motivato da lavori nella Pinacoteca Nazionale, in un accordo, benedetto dal ministro Franceschini, tra il direttore Luigi Ficacci e il presidente della Accademia di Belle Arti, Fabio Roversi Monaco della Pala di Santa Cecilia di Raffaello, dalla Pinacoteca (poco frequentata) al Palazzo: una distanza di circa 600 metri, e in una sede prestigiosa.

La ribalderia veniva, sotto le mentite spoglie di una Italia Nostra locale (smentita da quella nazionale), da uno studioso bolognese, Daniele Benati, probabilmente desideroso di curare la mostra al mio posto e favorevole, in altre circostanze, a spostare opere dalla Pinacoteca, come il polittico di Giotto, per mostre sue.

La sdegnata denuncia ottenne subito il favore di indignati a comando, soprattutto appartenenti al mondo universitario e amici del Benati, con una ampia raccolta di firme, fra le quali si distinguevano quelle di Carlo Ginzburg, Anna Ottani Cavina, Andrea Emiliani, Jadranka Bentini, Antonio Pinelli, Pierluigi Cervellati, Anna Maria Ambrosini (ma non il colto Eugenio Riccomini), tutti contro di me, con un attacco diretto, e tenacemente silenziosi e distratti quando il medesimo dipinto emigrò per quattro mesi verso Torino, a Venaria Reale, senza suscitare alzate di scudi e proteste di Italia Nostra e compagnia bella (e di giro).

Un analogo e pertinace silenzio accompagnò la lunga dipartita di un altro capolavoro di Raffaello, la “Muta”, dalla sua sede in Palazzo ducale di Urbino, prima a Cagliari, poi a Torino, per complessivi otto mesi. Ora incredibilmente, è di nuovo in partenza, se non è già partito, per la Russia, per volontà del ministero e ubbidiente decisione del direttore Peter Aufreiter.

Bisogna aggiungere che la “Muta” è l’unica opera del pittore nella sua città natale, ed è stata scelta addirittura, e logicamente, come logo della Galleria nazionale delle Marche. A Mosca va, per una inutilissima mostra su “Raffaello e la poesia del volto”(sic!), dal 12 settembre al 12 dicembre, senza che il museo Puskin garantisca uno scambio, e con il premio di consolazione, dagli Uffizi (bravi direttori stranieri!), della “Venere di Urbino” di Tiziano. Firenze e Urbino distano un’ora e mezza e, in tre mesi, 600 mila visitatori contro 60 mila.

Tutti zitti. Nessuna protesta.Come si spiega tanta distrazione e tanta indifferenza, dopo tanta indignazione e tante firme? Dove sono finiti i Benati, le Ambrosini, le Bentini, i Pinelli, gli Emiliani, i Ginzburg, i Cervellati, le Ottani Cavina?

Intendo promuovere una raccolta di firme, chiamando i cittadini urbinati a mobilitarsi per non restare per la terza volta orfani, anche soffrendo la beffa ai turisti, della presenza di Raffaello nella loro città. Intanto al ministero e alla magistratura presenterò un esposto, per denunciare l’esportazione della “Muta” senza il parere del Comitato tecnico-scientifico della Galleria nazionale delle Marche, del quale faccio parte, e che non è stato né informato né convocato dal direttore pro tempore, l’austriaco Peter Aufreiter.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 12-09-2016 alle 01:30 sul giornale del 12 settembre 2016 - 1082 letture

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