Sgarbi, critico d'arte o comico?

vittorio sgarbi 6' di lettura 28/07/2017 - All’amico Bruno Malerba ho espresso, privatamente, la mia solidarietà, che qui ribadisco, dopo le parole bugiarde, cialtrone, scurrili, ma soprattutto “depensanti” che gli ha rivolto Sgarbi in una delirante recita.

Tra ombre esoteriche, la preliminare accensione di un fiammifero, il cui fuoco forse può significare l’incendio che sarà provocato dalla sua affabulazione o, anche, la luce del genio che squarcerà le tenebre di tutte le “capre” d’Italia, Sgarbi ha dato il peggio di sé con uno spettacolo isterico per attribuire a Francesco di Giorgio Martini, piuttosto che al Laurana, come sostenuto da Malerba, il progetto e la realizzazione del Cortile d’onore di Palazzo Ducale. Nulla da spartire con una valutazione ponderata e rimandi alle fonti. Un atteggiamento istrionesco che offende e nega la scientificità e sensibilità della vera critica d’arte sostituita dalle offese personali e dal turpiloquio.

Detto questo è sufficiente una ricognizione bibliografica di prima mano per rendersi conto che, nello specifico, l’incompletezza della documentazione rende non facile l’attribuzione del cortile d’onore di palazzo ducale, mentre di più sappiamo del progetto complessivo del palazzo, delle fasi della sua costruzione e degli artisti che vi hanno concorso. E’ comunque una vicenda complessa che contiene alcuni punti fermi ed altri opachi ed incerti, sui quali gli studiosi del Laurana, pochi, e del Martini, più numerosi, e i biografi del duca Federico, sono in grado di fornire solo congetture e ipotesi (Si vedano gli Atti del Convegno internazionale di studi dedicato a Francesco di Giorgio Martini alla corte di Federico da Montefeltro, S.Olschki 2004).

Nel 1464 ha inizio la “fabbrica della corte”, come riferisce il Baldi. È l’anno in cui i lavori entrano in una fase impegnativa dopo una pausa piuttosto lunga dovuta alla morte, nel 1456, di Maso di Bartolomeo, suo è il portale di S. Domenico, chiamato da Federico due anni prima. Il progetto di Maso probabilmente è proseguito con alterne vicende fino al 1464, ma non sappiamo chi diresse il cantiere. Si è ipotizzata la presenza di Leon Battista Alberti in Urbino negli ultimi mesi del 1464 e che sia stato lui a consigliare a Federico il Laurana che aveva conosciuto a Mantova, entrambi al servizio dei Gonzaga. Tra il 1464 e il 1465 è documentata la presenza del Laurana a Pesaro presso Alessandro Sforza, suocero del duca di Urbino e dopo un avanti e indietro tra Pesaro e Mantova avrebbe assunto la responsabilità del cantiere a partire dai primi mesi del 1467. Il ruolo di Laurana nella progettazione e costruzione del palazzo è indiscutibile (Calzona, Atti, vol. II, pp. 450-460). Lo prova la “patente” che Federico gli rilascia da Pavia il 10 giugno 1468 con parole di alto riconoscimento per la sua opera e le sue capacità.

Improvvisamente, prima dell’autunno del 1472, Federico licenzia il Laurana. Gli studiosi hanno avanzato diverse ipotesi riassunte da Frommel: nell’aprile dello stesso anno vennero a mancare sia l’Alberti, ritenuto la fonte ispiratrice di Laurana, sia la moglie di Federico, Battista Sforza, e questo forse paralizzò per qualche tempo i lavori e la voglia di Federico, ma è probabile anche che il duca considerasse il maestro dalmata in ritardo rispetto elle evoluzioni più recenti dell’architettura in riferimento soprattutto al “decoro scultoreo”, al netto del ben riuscito ampliamento funzionale e delle soluzioni ingegneristiche. La suggestione potrebbe essere stata determinata dalla visita a Firenze nell’estate di quell’anno e dalla conoscenza di Lorenzo il Magnifico e dei progetti di Giuliano da Sangallo (Frommel, Atti, vol. I, pp.179 sg.).

E vengo al problema dell’attribuzione del progetto e della realizzazione del cortile d’onore, che ha provocato la reazione delirante di Sgarbi che addirittura cita dal suo cell. il passaggio di una fonte non dichiarata, che attribuisce a Francesco di Giorgio la realizzazione del cortile. Anche in questo caso la vicenda è molto complicata e la critica più accreditata, con poche eccezioni (Frommel, cit., pp.184-185), propende invece per attribuire a Laurana il progetto e gran parte della realizzazione del cortile che va inquadrata nella vicenda complessiva della costruzione del palazzo che ha subìto in corso d’opera diverse vicissitudini e momenti di stallo per la discontinuità dei finanziamenti legati alle alterne fortune militari di Federico.

Marchini, che attribuisce a Maso di Bartolomeo l’idea originaria di un cortile quadrato, conclude che al momento dell’abbandono, il Laurana “vide in piedi non più dei colonnati e dei piloni angolari fino all’altezza dei capitelli, pur essendo probabile che i pietrami fino alla trabeazione compresa fossero di massima già pronti per il montaggio (…) non invece i capitelli delle paraste che appaiono partecipi del gusto che informa quelli delle paraste del piano superiore”. Marchini, dunque, imputa all’intervento di Francesco di Giorgio, subentrato al Laurana nel 1476, la redazione definitiva del primo piano sul cortile e delle volte dei porticati (Palazzo ducale di Urbino, in “Rinascimento”, n.1 1958, pp.47,58). Più netto il giudizio di Rotondi secondo cui i lavori del cortile d’onore, al momento della partenza di Laurana, erano in uno stato molto più avanzato rispetto all’ipotesi di Marchini, sia per quanto riguarda il piano terreno che il piano nobile (Il Palazzo ducale d’Urbino, Istituto Statale d’Arte 1950, pp.225-228).

Questo sovrapporsi di interventi, infine, secondo Mazzini, non ha tuttavia influito sulla “mirabile unità e coerenza stilistica” del cortile, disturbate, semmai dal doppio sopralzo di posteriori manufatti che incombono al di là del cornicione del piano nobile. E conclude: “Riandando con l’occhio al gioco d’ombre determinato dalla sonora cavità del portico, si avverte, dominante, la solidità costruttiva e la validità essenzialmente architettonica delle membrature, espressione di una sensibilità, quella del Laurana, educata al culto dell’antico sui monumenti romani della natia Dalmazia e coltivata poi nei rapporti con l’Alberti” (Mazzini, I mattoni e le pietre di Urbino, Argalìa, 1982, prima ed., pp.159,161).

Per Sgarbi si prospetta un radioso futuro da comico. Forse ne guadagnerà la satira e anche la critica d’arte che non sarà più inquinata da un affabulatore amorale che l’ha trasformata in volgare spettacolo e in pessima divulgazione.


Il video pubblicato su Facebook in cui Sgarbi attacca Malerba:


   

di Ermanno Torrico





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 28-07-2017 alle 20:49 sul giornale del 29 luglio 2017 - 2202 letture

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