Il fiato corto del PD urbinate

partito democratico 3' di lettura 25/09/2017 - Dopo aver letto l’intervista del segretario del PD Scaramucci, prendendo a prestito da Woody Allen una famosa battuta, altrettanto,si potrebbe dire: “Dio è morto, Marx è morto e anche il PD non si sente molto bene”.

Quella di Allen era un aforisma che proiettava sul piano personale la crisi ideale di una generazione senza più certezze. E anche il PD, a quanto pare di certezze ne ha poche, conseguenza di tutta una serie di errori dovuti alla mutazione genetica di un partito diventato così “leggero” e “liquido” da dimenticarsi del suo radicamento sociale. Il vuoto è stato riempito dal M5S e dall’assenteismo elettorale, mentre la dialettica interna, invece di sfociare nella mediazione politica, ha preso la strada del rifiuto della complessità, del personalismo egotistico del “mago di Rignano” e dell’uomo solo al comando coadiuvato da un ristretto gruppo di potere. Tutti fattori che hanno avuto ripercussioni negative anche sul piano locale con la destrutturazione dei tradizionali luoghi di aggregazione del partito e la “rottamazione” dei suoi gruppi dirigenti.

É paradossale che all’accentuarsi delle divisioni dentro il PD, al netto della diaspora di MDP, tutti i protagonisti, ma proprio tutti, da Mechelli a Scaramucci, da Marannino a Fedrighucci, mentre Londei sta defilato in attesa che qualcuno dei concorrenti si bruci, facciano appello alla “trasversalità” piuttosto che all’unità, troppo impegnativa perché li costringerebbe a riflettere sugli errori rinfocolando le accuse reciproche sulla crisi del partito. Ma la “trasversalità”, intesa come la fine delle categorie di destra e sinistra, finisce nel relativismo e nell’opportunismo dietro cui si nascondono i limiti culturali e la carenza di progettualità politica. Si smarriscono, così, il senso di appartenenza e il significato di una storia importante per il mondo del lavoro e i ceti produttivi i cui interessi coincidevano con quelli generali. Nel caso di Urbino è sintomatico l’estraniarsi dell’intellettualità, chiamata in passato a dare il suo contributo per risolvere i problemi della città. La cartina di tornasole di una crisi che viene da lontano aggravata dal renzismo e dalle sue narrazioni che non funzionano più come il suo “killer english”.

Il segretario Scaramucci dice di voler unire la “gente” e non accontentare i personalismi di pochi, ma lui per primo ha fatto esattamente il contrario folgorato dalla Leopolda. Aggiunge di avere ricostruito il PD, ma in realtà la diaspora non sembra un malessere passeggero se Mechelli ha fatto sapere che il suo movimento, “Urbino città ideale”, avrà un proprio candidato a sindaco, né mi pare che ci sia stato un recupero nel rapporto con i cittadini nel senso di una partecipazione reale e concreta. La prospettiva, poi, di non escludere un’alleanza con Crespini, un personaggio politicamente inaffidabile, la dice lunga sul fiato corto del PD. Lo stesso Scaramucci sembra rendersene conto se dichiara che alla fine il partito andrà da solo piuttosto che essere “pugnalati alle spalle dai nostri compagni di viaggio un mese prima delle elezioni”.

Intanto si sgonfia l’Aventino e il Pd rientrerà compatto in Consiglio comunale per affrontare una maggioranza esaltata dai fasti americani e cinesi. Ne dà notizia il capogruppo Piero Sestili che archivia l’Aventino “senza però dimenticare”. Amen.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 25-09-2017 alle 00:00 sul giornale del 25 settembre 2017 - 462 letture

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