Sgarbi, ovvero il tappo di sughero che sigilla Urbino, come una damigiana

vittorio sgarbi 4' di lettura 19/06/2018 - Parlando di Sgarbi, non si deve mai dimenticare, che è un pregiudicato seriale. Questo deve essere il punto di partenza, ineludibile, per ogni valutazione del soggetto. Un pregiudicato, che non è tale, per via di un pregiudizio concettuale, come la definizione potrebbe lasciare intendere, bensì per aver subito diverse condanne penali.

Oggi (lunedì, ndr) sul Carlino, giornale che non perde occasione ruffiana di glorificarlo, attribuendogli ogni volta meriti e pregi eccezionali, tendenti ad influenzare, a suo favore, l’orientamento sociale della Città, di nuovo, insolente come sempre, attacca Ermanno Torrico. E proditoriamente, come sua vigliacca abitudine, né colpisce la persona, nei suoi titoli Accademici e nella sua dentizione.

Patetico Sgarbi. Ogni volta, capace di provocarmi, un sussulto tra la compassione ed il disgusto.

Prima di tutto, Torrico non ha mai vantato titoli Accademici di Docente Universitario. Tuttavia, nella Università di Urbino, per anni ha tenuto corsi di Storia Contemporanea. Ha fatto lezioni ed esaminato studenti. Scrivendo in quel periodo saggi, dei quali, qualche Accademico alla Sgarbi, se ne è appropriato, firmandoli. Dico Accademico alla Sgarbi, perché anche lei, Sgarbi, in un plagio plateale, si è appropriato, indegnamente, del saggio su Botticelli, scritto da Mina Bacci. Ciò nonostante, nella cronaca di oggi, lo stesso, invita Torrico a tacere, per carenza di titoli Accademici. Miserevole. Sarebbe come negare la letteratura di Moravia, perchè provvisto solo di licenzia media, quella di Montale perché solo Ragioniere o di Quasimodo perchè Geometra, oltre quella di Hemingway perché non ha mai frequentato l’Università.

Questa concezione di vita, questo modo algebrico e regressivo, nella sua disumanità, di guardare l’altro, dal biglietto da visita, trascurandone le capacità straordinarie di ricerca e studio, nel ricomporre percorsi, evidenze e ragionamenti, più prossimi al vero, contribuiscono a definire il vero ritratto umano di Sgarbi, fondato nella sgradevolezza di una sua presunta e discriminante superiorità, tendente all’omofobia. Superiorità elevata in termini di forza, di quantità e potenza, mai in termini di qualità e bravura. Superiorità geniale, sottolineata, racconta ancora Sgarbi, persino dallo scrittore Buttafuoco. Scrittore, forse nel titolo accademico, ma sconosciuto ai più se non per le scarne partecipazioni a qualche talk-show e soprattutto per aver aderito all’Islam. Poteva scegliere sponsor più titolato, Sgarbi.

Poi la dentizione di Torrico. Il vigliacco affonda il secondo colpo. Siccome ha un dente leggermente imperfetto, Torrico deve tacere. Gabriele d’Annunzio, il vate decadente, che Sgarbi scimmiotta come suo modello, ovvero l’intellettuale amato dalle donne, che ancora Sgarbi vuole rappresentare come in una fotocopia purtroppo, sfocata, aveva denti neri ed alitava in modo pestifero. George Washington, uno dei più illustri Presidenti Usa, si narra che per i denti guasti, dovette ricorrere ad una dentiera di legno. La Regina Elisabetta prima, fu tormentata per tutta la vita dal mal di denti. Dunque Sgarbi? Vogliamo annullare la storia di costoro? O ritenere che sia più vergognoso qualche dente guasto, dell’essere pregiudicati? Oppure continuare a vivere dentro i suoi steccati regressivi, che vanno a disegnare gli individui, per archetipi lombrosiani?

Mi fa pena, Assessore illuminato, della mia Città. Piuttosto mi dica a cosa è servita la sua Accademia, i suoi titoli, per determinare l’Assessorato più sciocco e banale che Urbino ricordi. Diciamocela tutta. Lei fa del male ad Urbino. Perché non sa fare. Non è capace. È un buono a nulla, intonato solo a proferire parole, che al massimo, riescono a stupire una shampista. Parole che non lasciano mai niente. Dette, per durare appena il tempo, dalle labbra a prima di diventare suono. Impercettibili per i più. Insensate per altri. Parole, parole, parole fisiche, senza sentimento, senza idee, scaturite mai da una passione vera, piuttosto da opportunismo, col variare della platea.

A Trieste, in un pulpito deplorò volgarmente gli omosessuali. Giorni dopo, prometteva Urbino, come la città dei gay. Federico Zeri, suo inarrivabile maestro, descriveva Lei come uomo modesto, desideroso solo di visibilità, dotato unicamente di memoria. L’esattezza di questo giudizio si ritrova nella sua bibliografia. Così modesta e banale da apparire unicamente nei suoi passaggi televisivi e durare il tempo delle strenne natalizie. Tralascio sui suoi eventi Urbinati, impresentabili. Costruiti sempre senza un nesso filologico, fatti solo di cose spostate, alla meno peggio. E mi preme dirle una cosa. Che nonostante tutti i suoi titoli, le sparate di Buttafuoco, le sue millanterie, le sue presunte qualità, tutto ciò, non servirà nemmeno lievemente, nemmeno percettibilmente, a scalfire l’immagine di Ermanno Torrico. Perché è uomo sempre verticale nella sua interezza, frontale alle cose, come uomo per bene. Pulito e generoso. Rispetto a Lei è un gigante.

Ed infine, gioiosamente, alla sua nanitudine, voglio confessare, senza gridare, ma con voce ferma, da confessionale,perché mi scappa di dirlo, “mi vergogno di avere un assessore come lei In Urbino”.
Tanto le dovevo.


   

di Bruno Malerba





Questo è un articolo pubblicato il 19-06-2018 alle 00:00 sul giornale del 19 giugno 2018 - 762 letture

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