Il ciclo delle pandemie, dalla peste nera al coronavirus

peste nera 3' di lettura 29/03/2020 - La narrazione scintillante della “spagnola” proposta da Bruno Malerba ha richiamato il ricordo che ne aveva la mia nonna materna. La descriveva come un castigo terribile e immeritato perché la guerra le aveva già strappato il marito, ma ne uscì guarita, al punto che da allora non contrasse più nemmeno un raffreddore concludendo la sua lunga esistenza all’età di 93 anni.

A ben vedere l’attuale pandemia si inserisce in un quadro epidemiologico ciclico all’interno del quale diversi sono ovviamente i contesti e le cause. L’approccio demografico spiega non solo la grandezza quantitativa, ma anche l’impatto sociale e antropologico delle epidemie nelle diverse aree del nostro Paese economicamente e politicamente diversificato prima della conclusione del processo unitario.

Se si riprende la curva della popolazione italiana studiata da Athos Bellettini essa indica tre grandi crisi demografiche, testimoniate nella letteratura da Procopio, Boccaccio e Manzoni, provocate dalla complementarietà di carestia-pestilenza. Esse falcidiarono tra il VI e il XVII secolo intere popolazioni e distrussero la civiltà urbana. A questo proposito Sergio Anselmi riferisce che la “peste nera” nel Trecento uccise il 60 per cento dei fiorentini, il 75 per cento degli abitanti di Macerata con saldi europei oscillanti intorno a un terzo della popolazione.

Nel complesso in Italia si passò dagli 11 milioni del 1300 agli 8 del 1400 e saranno necessari più di due secoli per colmare il vuoto. Meno drammatico risulta il calo demografico verificatosi nel corso del Settecento anche se per l’Italia, rispetto agli altri paesi d’Europa, esso fu più consistente e provocò la spirale di una lunga crisi economica che si protrarrà almeno fino alla prima metà dell’Ottocento.

Come si vede, rispetto all’impatto demografico, la pandemia del coronavirus avrà delle ricadute contenute sulla mortalità, a oggi fortunatamente molto bassa anche se i virologi hanno espresso previsioni diverse oscillanti tra il 4 e il 7 per cento. Se fosse simile a quella del Trecento, rapporto da uno a tre, significherebbe una ecatombe di 20 milioni di italiani quando l’“asiatica”, che anche io ho contratto come molti miei coetanei tra il 1957 e il 1960, ha prodotto in tutto il mondo circa 2 milioni di morti. Me se la statistica è consolatoria, a livello umano e psicologico anche una sola vittima è di troppo.

Come per la “spagnola” che poi esaurì il suo potenziale distruttivo, altrettanto accadrà per il coronavirus se tutti noi rispetteremo le regole in attesa di un vaccino che secondo gli esperti richiederà non meno di 18 mesi prima di essere testato e reso disponibile.

Sento il dovere di esprimere riconoscenza infinita ai medici e a tutti gli operatori sanitari in prima linea per sconfiggere il coronavirus e pietas per chi ci ha lasciati.






Questo è un articolo pubblicato il 29-03-2020 alle 09:37 sul giornale del 29 marzo 2020 - 1477 letture

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