Monsignor Tani: "Di fronte a questa tragedia anche Dio scoppia in pianto, non vergogniamoci del nostro"

4' di lettura 29/03/2020 - Quarta lettera dell'Arcivescovo di Urbino, Urbania e Sant'Angelo in Vado, monsignor Giovanni Tani ai fedeli della diocesi al tempo del coronavirus.

Carissime/i,

questo è ormai diventato un appuntamento settimanale con voi. Spero che possa esservi utile; per me lo è, molto. Diventa come un momento nel quale, alla luce del Vangelo e degli avvenimenti, mi costringo a mettere a fuoco qualche pensiero che possa servire a me e, appunto spero, anche a voi.

Siamo alla V Domenica di Quaresima nella quale risuona la Parola di Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?”.

Ancora la domanda sulla fede!

Bisognerebbe permettere alle parole di Gesù di entrare in noi, nel nostro pensiero, nel nostro cuore. Dobbiamo cercare di non farle scivolare via, di non “addomesticarle” facendo loro perdere quella forza reale che hanno.

Ci avviciniamo alla Pasqua e, quest'anno più che mai, sentiamo il forte intreccio fra le vicende del mondo e il mistero centrale della nostra fede. Il Vangelo di questa domenica ci racconta di Gesù di fronte alla fragilità estrema dell'uomo: la morte. L'amico Lazzaro è gravemente malato e le sue sorelle, Marta e Maria, mandano a chiamare Gesù. Gesù stranamente non si precipita al capezzale del malato, tarda alcuni giorni. Nel frattempo Lazzaro muore. Finalmente Gesù decide di andare e trova che l'amico è già nel sepolcro da quattro giorni. In un clima di grande emozione, vedendo il pianto delle sorelle e delle altre persone, “si commosse profondamente... scoppiò in pianto”. Questo pianto ci consola, non ci fa vergognare del nostro pianto. E poi ci aiuta a capire quanto Gesù non rimane indifferente di fronte alle nostre sofferenze, vi partecipa; e andrà fino in fondo, fino a entrare lui stesso nella morte (e che morte!), per vincere la morte dal di dentro con la forza dell'amore: l'amore è più forte della morte.

Intanto Gesù, di fronte alla tomba di Lazzaro, ci dà un segno di questa sua vittoria; fa togliere la pietra e grida: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto, richiamato alla vita, esce dalla tomba!

La nostra situazione umana caratterizzata da tanti limiti (perché siamo umani, non siamo Dio) e aggravata in modo esponenziale dal peccato, sta davanti a Dio, che ne “soffre”. Sembra uno sproposito dire che Dio soffre, eppure se è vero che “chi vede me, vede il Padre”, nel pianto di Gesù dobbiamo vedere un Dio che “soffre”. Del resto è lecito pensare che il padre della parabola, che aspetta ansioso il ritorno del figlio, ha sofferto finché non lo ha riavuto sano e salvo.

Ripeto il richiamo di Lazzaro alla vita è solo un segno, egli dovrà affrontare a suo tempo la morte; infatti, il Signore non ci libera dalla nostra morte corporale. Non è stata risparmiata neanche a Gesù, il quale però ci è entrato dentro e l'ha oltrepassata per una vita che non conoscerà mai più la morte. Ha trasformato la morte da fine a passaggio (Pasqua).

Siamo costretti a vedere che quel passaggio in questi giorni è attraversato da un numero impressionante di persone. Crediamo che di fronte a questa tragedia anche Dio “scoppia in pianto”, ma allo stesso tempo crediamo che col suo urlo non le lascerà nella morte ma le condurrà alla vita che non muore. “Credi tu questo?”.

Vorrei terminare con una testimonianza che ho ricevuto da un prete di Bergamo, mio compagno di seminario:

Ho dormito a intermittenza, stanotte. Mi ha fatto compagnia il pensiero all’innocente condannato, figura di Gesù e dei perseguitati di ogni epoca. Ho visto il Vescovo nella chiesa del cimitero a Bergamo, solo e commosso, tra tante bare. Io sentivo desiderio di mettere la mano su ogni bara e ogni urna, ma non ci riuscivo e piangevo. Vidi accanto a me Lina Locatelli, volontaria per anni all’Opera Barbarigo. Mi ricordò che, in un giorno di sconforto, le avevo detto: “Dio pesa e conserva le lacrime come perle”. Aprii la Bibbia e pregai il salmo 56: «Le mie lacrime, o Dio, nell'otre tuo raccogli: non sono forse scritte nel tuo libro?». Cominciai a rasserenarmi. Ogni lacrima per Dio è preziosa e da Lui è custodita. Nel suo otre ci sono le lacrime di questi giorni e le lacrime dei nostri morti: quelle note e quelle non viste e, da noi, mai considerate. Dio, che vede il cuore, riconosce le lacrime “vere” del dono di sé: le raccoglie e le trasforma in luce che rischiara i passi del nostro cammino e del nostro impegno nella storia. Don Arturo

Buona domenica.

Vostro Vescovo + Giovanni






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 29-03-2020 alle 08:07 sul giornale del 29 marzo 2020 - 272 letture

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