Notti perdute

3' di lettura 28/05/2020 - Stavamo fuori la sera. Spesso fino a tardi. Oltre lo scuro, già buio, che languiva le invincibili notti della nostra giovinezza. Notti eterne. Senza pudore. Disinibite al punto da lasciarsi scrutare fino in fondo. Notti di gesti uguali e ripetuti. Leggiadre di eccessi luccicanti e di splendori.

Urbino, munifica e ben riuscita puttana, ornata dai suoi chiffon di marmo, già stancata dal tedio e dalla algida luce del giorno, cedeva alla seduzione della nostra vitalità. Lasciandosi penetrare nelle cavità vaginali più profonde di cantoni o spazi non avveduti, ma preziosi alla sacralità di un paganesimo senza peccato.

Erano notti di ammende e remissioni. Di silenzi immensi ed inquieti. Che vellutavano di bruni sospetti le profonde arcate dei ponti delle Conce. Poi i soprassalti. Ed ancora silenzi brevi. Nelle pause, si recuperava l’oro dei racconti. Voci sonanti ricorrevano ad aneddoti di qualche eroismo. Altre, sommesse, muovevano intrepide vicende d’amore. Mentre qualcuno discosto, disadorno e sperduto, taceva assorto, la mano a coprirsi la bocca, come fosse l’ultima notte.

Pareva, in quel precipitare verso l’alba, che si potesse fermare l’idea fuggitiva del tempo. Addizionare più sostanza. E scostare la mente dagli urti di un futuro ancora incerto. Erano notti di insonnie impazienti e di consolazioni. Ogni cosa pareva senza padrone.

Amanti soddisfatti e furtivi richiudevano dietro, battenti di porte proibite. Giovani coppie, spintonandosi spendevano parole d’amore additando alla luna. Tutto sapeva di festa. Ferme e sicure le stagioni. Certa la neve d’inverno.

Poteva succedere che Lei ponesse le sue mani ferme sulle mie. Turchine, le vene dei suoi polsi. Turchino il suo seno nella notte turchina. Poteva succedere che sedessimo sui gradini del Duomo. Che Lei mi sorridesse ripiegando la gonna sotto le gambe, mentre io riversavo la testa all’indietro puntando alla stellata, affascinato dalla statua d’amore dall’alito pulito accanto, convenuta a sedurre quella irrealtà. In quelle notti schiacciate sull’immensa gravità di esistere, bastavano quelle poche coloriture per creare illusioni, trame sottili, imbastire approcci e tessere relazioni. E chiunque allora, avrebbe rifiutato di barattare anche un solo momento di quelle insostituibili notti.

Poi, la statua d’amore scomparve. La cercai a lungo. Inutilmente. Molto tempo dopo infine, la ritrovai dentro una piccola cornice nera che conteneva un vetro piatto e blu. Si faceva chiamare Facebook. Altre volte Instagram. Altre ancora, amichevolmente, Chat. Feci fatica a riconoscerla, deprivata di quella energia seduttiva in cui aveva messo a soffriggere i miei desideri. La sua voce era diventata metallica. E le notti, le impareggiabili notti vertiginose, indispensabili e preziose, appassionate di emozioni impagabili e sregolate, odorose di confetto e di sottobosco, si persero definitivamente. Si consumarono nella cadenza dei giorni, per scandire, mestamente, il tempo del dormire.

Di là dal vetro mi chiese l’amicizia. Gliela negai. Dopo aver tradito le notti, temetti potesse tradire anche quella. E non volli più saperne.






Questo è un articolo pubblicato il 28-05-2020 alle 23:57 sul giornale del 28 maggio 2020 - 240 letture

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