Fernando Scopa

4' di lettura 19/07/2020 - A metà di via Veterani abitava Fernando Scopa. Faceva il postino. Aveva moglie e due figlie. Forse a nessuno interesserà sapere di lui. Perché era uno di quei signori di cui nessuno si accorge. Tuttavia, Fernando Scopa rappresenta ancora oggi per me, l’immagine anonima ed affettuosa della mia prima narrazione collettiva.

Io abitavo due porte dopo. Il pomeriggio, finito il giro di consegne, Fernando Scopa, rientrava da Porta di S. Bartolo con un fascio di canne. Verdi e sottili. Perché Fernando Scopa aveva la passione di fabbricare gabbiette per piccoli uccelli. Era insomma, un fabbricante di piccole storie, di piccoli esseri, per piccoli spettatori ammaliati. Questa era la sua vita. Anonima ed uguale, come erano anonime ed uguali tutte le vite di via Veterani. Vissute tuttavia, dentro una comunità coesa che dava sostanza ad una quotidianità. Sviluppata in quel luogo, lungo e stretto, che nonostante la povertà, mi ha svelato la bellezza come intima realtà da penetrare. Senza misteri. Annunciandomi la rivelazione e la nascita stessa dell’amore. Il momento preciso, in cui l’amore ha preso coscienza di sé. E mi ha spinto fuori. Come tensione. Come impulso. In un incerto palpitare, a cercare di modificare la sordida materia grigia delle cose e delle persone che avrei incontrato. Facendomi essenziale a me stesso. Dignitoso e libero.

L’affaccio naturale di via Veterani, era il Palazzo. Fatale dunque, che quelle straordinarie geometrie incidessero in ognuno di noi, inconsapevoli, indelebili tatuaggi di sensibilità e di alfabeti d’animo, seppure ancora incerti, dovuti al fascino straordinario e lineare, delle mirabili architetture Rinascimentali. Covava già un sentire. Che già ci annunciava la prossimità in quegli slarghi davanti, di un tempo, in cui per certo, era successo qualcosa di grandioso. Il Rinascimento. Ovvero, l’epifania di un tempo nuovo. Di una cultura nuova. Che avrebbe partorito l’uomo nuovo. Non più esposto alle trascendenze e alle superstizioni. Ma finalmente determinato ad aprire visioni laiche. Più vicine alle cose terrene. Oltre a marcare una diversa dimensione estetica dello spazio ed una nuova educazione politica che poneva comunque, la persona, al centro di ogni cosa. Facendomi Comunista.

Queste tracce amorevoli, frusci scanditi di memoria, ancora facilmente decifrabili del mio vissuto anteriore, hanno disegnato la mia carta di identità pitturata, che mi ha condotto stamattina, senza malinconia, nel luogo da dove sono partito. Davanti al davanzale-laboratorio, dove Fernando Scopa forava le sottili canne. Ma nulla più esiste. La finestra è murata. Né esiste più quella comunità. Non esiste più nessuno. Un quartiere deserto di vite e di cose, che si consuma divorando il silenzio, fino alla cinta delle mura. Tutto è stato sciupato dalla sordida materia grigia irrisolta di Amministratori che governa Urbino, mentalmente medievale e regressiva, devota di trascendenze e superstizioni biologiche e di assurde sagre e feste e gare, incapace anche della più lieve e minima immaginazione.

È stato cancellato un intero tessuto sociale urbano. Le sue tradizioni. La sua cultura. Le sue abitudini. Si è cessata ogni relazione sociale. Lasciando la Città in un presentimento di morte. Oggi Urbino, ha solo la forma di Città. Senza più scopi, nè ideali. Vive alla giornata. Sbullonata e sodomizzata. Priva di speranze e di voglia di sperare. E per certo, a nulla serviranno i pannicelli caldi di stupide mostre e di stupidi eventi di tutti gli stupidi Sgarbi del mondo. Perché non si allestiscono stupide mostre, nè si celebrano stupidi eventi, né stupide sagre , né stupide ricorrenze, in un cimitero, che è luogo dedicato solo alla memoria. È irrituale ed Incivile.

Urbino purtroppo, ma non per destino, è affidata a persone trasandate e caracollanti. Senza attinenze. Improbabili ed assurde nel loro strazio di schiacciarla, togliendole ogni respiro. Persone, da poco. Senza bagagli. Affaticate e sudaticce. Senza cibo. Senza risorse. Senza qualità.

Oggi, la tua normale banalità, Fernando Scopa, sarebbe una condizione straordinaria. Da uomo dabbene. Colorato e vivace. Dentro un mondo ancora umano. Sarebbe nella sua scansione, quasi rivoluzionaria. Opposta a quella nuova normalità che si vorrebbe costruire sulle macerie e rovine delle antiche esistenze. Forzata, nella disperante e disperata, voglia di recupero di un trascorso. Tu almeno esistevi, Fernando Scopa. Incessante e quotidiano. Capace di far cantare un cardellino.


   

di Bruno Malerba





Questo è un articolo pubblicato il 19-07-2020 alle 07:48 sul giornale del 19 luglio 2020 - 364 letture

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