In morte di Paolo Volponi, agosto 1994

paolo volponi 4' di lettura 09/08/2020 - La strada che da Urbino conduce ad Urbania, non è un luogo come gli altri. È un aspetto delle cose. Un modo di vivere nostro. Di noi che in quella solitudine allungata, abbiamo sempre cercato un insperato conforto.

Quel serpeggiare di svolte amene, imminenti di familiarità e di visioni, gettate su crinali di terreni coltivati e selvatici, spartiti da ciglioni sempre scoscesi che fiutano di terra, ci ha sempre restituito assonanze di identità antiche ed intime. Che si agitano ancor più vanitose, dopo le case del Tufo, appena la strada comincia ad inarcarsi in una leggera salita, libera da impacci, per diventare paesaggio totale ed illustre, mirabilmente sicuro. Bellissimo e finito nelle di incostanze di luce.

Alla Canaricchia sottostante la collina, una carraia devia a sinistra e sale ombrosa fino al piccolo cimitero di campagna della Parrocchia di S. Cipriano. Un Cimitero ridotto, appena discosto dalla canonica. Dove anziché immergersi in un ristagno di morte, si è presi per un attimo breve, circoscritto ed assurdo, dalla sensazione che la vita in questo sito, possa continuare a vivere ancora.

Un’altra vita. Più silenziosa e distaccata. Più composta e conclusa. Simile a quella che tu Paolo, vivi in quest’angolo di terra, che non mi pare inquieto. Addossato all’ombra pigra e fiacca, di un alloro spettinato, assieme ai tuoi cari. Avvolto da un silenzio rispettoso ed innaturale che ora si frappone tra noi. Incoerente e strano. Che tuttavia non mi fa il luogo ostile e disadorno. Né ti isola dimesso. Ma ti comprende, assieme ai fili d’erba che una brezza leggera ed ondosa muove, facendoli vivi, mentre più a lato, ronza odori resinati, rimestandoli.

È una mattina qualunque Paolo, che non riesce a prender forma. Di quelle che si aprono zuccherine di chinotto, per poi languire amare e rassegnate a negare la realtà disordinata di questo tempo, insensato e vegetale, in questa Città, che non esiste più. La nostra Urbino.

Ecco Paolo, dove dimora la vera morte. Non qui, tra queste zolle. Dove tutto è così naturale e prossimo e non insiste desiderio di fuga, né gravità di disturbi. La morte vive e si estenua altrove. Dentro altri perimetri di altre mura. Dove bigotti culturali infedeli, ancora oggi, celebrano al Castellare, assurde ed orrende veglie senza rosario, dai lugubri riflessi. Ostinate al male ed unicamente mirate a cavare linfa vitale alle vittime-astanti. La morte è qui, in queste splendide sale, tra cerimoniali di baciamani ed incontri sadici di preghiera da Giovedì Santo. Dove si ribadiscono riti tribali che ne ricalcano le sequenze, con cartoncini dipinti di finzioni allucinate e feticci a buon mercato. È qui, tra queste maestose architetture, in questo vuoto confuso da happy hour e da plateali menzogne, che si seppelliscono culturalmente spiriti vivi ed ingenue coscienze. Ecco dove cova la vera morte. Ed Urbino ne diventa improprio, imponente mausoleo.

Caro Paolo! La Città è lasciata a gente inadeguata. Cresciuta in slarghi sterrati, cinturati da terrapieni, dove non è mai fiorito nulla. Capaci di inaugurare un capannone. Di lastricare un pezzo di selciato. Ma spropositati di ignoranza. Patetici ed aridi di pensieri. Obesi di incurie. Impolverati di calcinacci tra le unghie, per il loro continuo abbattere e disgiungere. Mentre noi, cattivi ragazzi, ancora consapevoli, ci tocca morire ogni giorno da vivi, iniquamente. Lasciando tutt’al più lacrimevoli tracce di lamentazioni. Come queste, che non vorrei mai scrivere. Per niente consolatorie. Che non sortiscono accoglienze, se non qualche patetica pacca sulle spalle. Allusiva e bonaria.

Le cose vanno così Paolo. Ma ora, vorrei contrastare e respingere questa atmosfera fissa, che mi arreca pena. Ricacciarla. Vorrei che la memoria tornasse a rovistare per consegnarmi ricordi nostri, privati, che non avessero alcuna attinenza con la morte e la vita. E tralasciassero Urbino per sempre, che per ragioni diverse non ci appartiene più. Allora ecco una immagine colorata, che mi preme. Un pranzo. All’osteria “da Ficadoro”, nelle basse Marche. Io e te. Dove sbracciato nella camicia, come un manovale, tu ingeristi avido, forse un metro e mezzo di anguilla ed io, non da meno, un paio di cocci di brodetto. Una sazietà enorme e virile di cultura carnale, per bocca. Seguita da un pomeriggio venato di indolenza, tra discorsi ingarbugliati e pigri, che andarono nello smontare delle ore, a formare una prima conoscenza. Fu quello l’inizio della nostra amicizia, che ci condusse nel tempo ad altre sazietà.

Oggi mi piace ricordarti così Paolo. E con questa immagine, ti lascio. Ricacciato da questa luce di un mezzogiorno senza uccelli, che si è fatta eccessiva ed impropria, da incendiare i marmi. Tornerò in Ottobre Paolo. Con la luce tiepida d’autunno, per certo meno audace, ma capace di arricchire i contorni delle anime.






Questo è un articolo pubblicato il 09-08-2020 alle 16:11 sul giornale del 09 agosto 2020 - 391 letture

In questo articolo si parla di attualità, paolo volponi, articolo, bruno malerba

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.biz/bsYU





logoEV