I 97 anni della partigiana Walkiria Terradura

“Walkiria, una guerrigliera sull’Appennino”, domani a Pesaro la proiezione del film-documentario 4' di lettura 10/01/2021 - Figlia dell’avvocato eugubino Gustavo, noto antifascista, detenuto nelle carceri di Perugia fino al 27 luglio 1943. Il 13 gennaio 1944, con un espediente, evita la cattura del padre organizzata dall’Ovra che aveva fatto circondare e perquisire l’abitazione nel centro di Gubbio.

Immediatamente dopo questo episodio Walchiria e la sorella Lionella (“Furia”) seguono il padre nella Serra di Burano entrando in contatto con il gruppo partigiano della “San Faustino” che operava tra Morena e Pietralunga, a cavallo dell’Appennino umbro-marchigiano.

All’epoca aveva appena compiuto vent’anni, era iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Perugia e si era già distinta per la sua attività antifascista fra i giovani liceali attirandosi i richiami della questura e le minacce dei fascisti. In seguito, raccontando la sua esperienza partigiana, con ironia, disse che le Walchirie erano le figlie del dio della guerra e che quindi “una donna guerriera poteva essere solo una Walchiria”.

Imparò ben presto a usare le armi - Mauser, Parabellum, fucili mitragliatori e il maneggevole e leggero Sten - e soprattutto l’esplosivo unendosi al gruppo di Samuele Panichi di cui il padre divenne commissario politico. La banda faceva parte della “San Faustino”, ma con modalità autonome spesso in contrasto sul modo di concepire la guerriglia, molto diverso da quello praticato dal comando della “San Faustino” accusato di attendismo per la presenza di militari badogliani. Nel marzo del 1944 Panichi e Gustavo Terradura preferirono unirsi alla V Brigata Garibaldi “Pesaro” per essere poi inseriti nel V Battaglione, Distaccamento “Tumiati”.

Walchiria si distinse da subito per il suo coraggio svolgendo compiti difficili come raccogliere informazioni e andare di pattuglia. Per la sua abilità nel maneggiare l’esplosivo le fu affidata la responsabilità di una squadra di guastatori denominata “Settebello”, dal numero dei suoi componenti, incaricata di minare ponti e vie di comunicazione per tagliare, lungo la Tifernate e la Flaminia, la ritirata dei tedeschi verso la linea Gotica. Alcune azioni furono veramente temerarie come l’attacco portato in pieno giorno nei pressi di Apecchio da lei e da Valentino Guerra, un ex geniere dell’esercito, contro un convoglio tedesco colpito in pieno e dal quale, con l’aiuto di alcuni civili, furono asportate armi e materiale bellico. L’operazione si concluse con il sabotaggio del ponte che avrebbe consentito ai rinforzi tedeschi di entrare in Apecchio.

Walchiria era diventata quasi una leggenda e contro di lei furono spiccati otto mandati di cattura. Ferriero Corbucci ne “I maltagliati” così descrive la sua personalità e il carisma che sprigionava: “ Dal bosco di fronte ecco apparire improvvisamente una donna con un mitra stretto tra le mani, seguita da otto o dieci uomini armati. Correva verso di noi, vestita con una tuta mimetica col berretto da garibaldino sulla testa dal quale uscivano ciocche bionde e lunghe di capelli (…). Una donna splendida vestita da uomo. Correva verso di me col passo ampio e solenne che le conferiva potenza e grazia insieme, come succede in una scena cinematografica girata al rallentatore”.

La Resistenza diventò per Walchiria una scuola di vita e di formazione politica, l’approdo a un antifascismo consapevole e maturo e la presa di coscienza delle profonde ingiustizie sociali che subiva il mondo delle campagne. Molto spesso parlando delle donne contadine sottolinea il loro contributo alla Resistenza che ha segnato un punto di svolta per il protagonismo femminile rompendo con un passato di marginalità e di subordinazione.

Subito dopo la guerra sposa un capitano dell’OSS conosciuto durante i contatti con gli Alleati e si trasferisce per qualche tempo negli Sati Uniti ma i due rientrano presto in Italia. Il breve soggiorno statunitense, come lei stessa ha ricordato in uno “Speciale del Tg1” in occasione del 25 aprile 2006, è stato provocato dal maccartismo. “Gli americani credevano che tutti noi partigiani fossimo comunisti - racconta- e ogni giorno me li trovavo in casa che mi chiedevano se facevo parte del sindacato, se avevo partecipato a riunioni comuniste. Gli rispondevo: guardate che ho combattuto al vostro fianco”.

Per il suo contributo alla Guerra di Liberazione è stata decorata con medaglia d’argento al valore militare. Da sempre nell’ANPI, come giornalista collabora con il periodico dell’associazione, sostiene le sue iniziative ed è attiva nella trasmissione della memoria.


da Ermanno Torrico
Presidente Istituto "E. Cappellini”





Questo è un articolo pubblicato il 10-01-2021 alle 18:32 sul giornale del 10 gennaio 2021 - 585 letture

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