Le cose di casa

2' di lettura 28/01/2021 - Le chiavi, il portafogli sul tavolo. Delle monete sparse. Un accendino. Un vecchio giornale. Qualche libro già letto. Cose comuni, diminuite, vagamente morte. Frammenti inservibili, docili e sterili, che interrogano l’insonnia Pandemica di questi miei giorni.

Le osservo come dentro un infinito chiuso. Velate da due silenzi. Il mio, che distrugge la mia serenità, stretto da una falsa quiete senza rumori, tra avvenimenti misteriosi ed atroci. L’altro, immaginativo ed allegorico di oggetti d’uso in riposo, senza funzione. Due silenzi che dettano un ordine infelice. E redigono una cadenza monotona, sempre uguale, difficile da correggere.

La stanza è piena di cose ferme. La cuccuma del caffè. Il televisore spento. Delle sedie. Un bicchiere. Il sale grosso e quello fino. Un divano ormai infossato. Minute rovine taciturne, senza palpiti. Irradiate da una piccola abat-jour, di una luce un po’ gialla, che le avvolge come bende sporche. Stancandole. Lasciandole atone di impasti sonori ed inadeguate alle necessità di vita che non combaciano più. Non succede nulla.

Mi muovo nella casa con pazienza. Le pareti mi stringono con la loro nudità aggressiva. Mi fermo, poi riparto. Cercando una novità, una stranezza. Poi rifaccio il percorso inverso. Gradualmente, stento a riconoscere le cose. Ora più bizzarre e residuali. Senza rimandi. Non più funzionali a questo strano presente. Con lo svuotarsi della vita, anch’esse perdono di significato. Rimane l’inutile automatismo dei gesti. La loro cadenza sbrigativa ed essenziale. Congiunta alla paura e all’angoscia che questo assetto possa diventare definitivo.

Allora la finestra. Fotografia permanente di luce. Che muta e si rinnova. Il suo generoso affaccio mi proietta in un desiderio di toccare un albero. Di abitare con lui. Credimi, è importante pensare a questo. Mi aiuta a muovere la speranza. A fantasticare una ripartenza. Raffigurandomi di incontrare non più bocche orrendamente oscurate, ma fatte di labbra e denti. E voci non più consolanti. Ma coerenti in un dire di parole graziose a favorire emozioni ed affetti. E stringere finalmente mani nude. Senza chiedersi se sono immuni. Stringerle vigorosamente, come giusto risarcimento per tutti i giorni passati a sfiorare ossuti ed impersonali avambracci.

Ora uscirò per l’ora d’aria. Theo mi condurrà al guinzaglio. Per me odorerà le altre cose. Nelle varianti abituali del di fuori. Diventate anch’esse nel quotidiano, solito giro, cose di casa. Acquisite ed impersonali. Ovvero prolungamenti ormai domestici e familiari che scandiscono la cadenza di una solitudine ampia, smisurata, gravosa da sopportare, che procura sofferenza ed una opaca stanchezza.






Questo è un articolo pubblicato il 28-01-2021 alle 07:37 sul giornale del 28 gennaio 2021 - 228 letture

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