La vita ferma

2' di lettura 14/03/2021 - Pare che la vita proceda a ritroso. Senza avanzamenti. Senza emozioni nuove. Ciascuno con intime speranze negate, in un disordine di cose ferme. Senza nessuna garanzia. Vissute nel labirinto quotidiano di sondaggi e congetture allarmanti. Dove i suoni e le forme ristagnano disabitate. Così da rendere anche il sonno più debole.

Verrebbe voglia di non esserci. Scappare. Fuggire. Trovare un posto sicuro. Un eremo sacro. Un balcone riparato, lontano dalle fredde paure. Dove tornare ad essere individui tra gli altri e non più testimoni taciturni.

Questo tempo insano, languido di morte, ci chiude l’intero spazio. Le maschere tendono a istupidirci. A renderci abominevoli. Non siamo più noi. Piuttosto il riflesso di orme umane. Ovvero, traduzione incompatibile di un futuro già passato. Mi soffermo a guardare il gruppetto di persone di la della strada in attesa dell’autobus. Chi con un giornale , chi con una sporta, chi con un figlio in mano, tutti in attesa. Spenti, è un guardarsi senza vedere. Distanti l’uno dall’altro. Grappolo di acini muto che veglia una piazzola. Sordo e cieco. Arriverà l’inutile autobus. Saliranno come prigionieri. Senza riprodurre parole. Già stanchi. Il quadro desta inquietudine. Sembra la scenografia di un film. Una finzione. Un esperimento. Una immagine subacquea.

Ma gli altri, mi chiedo, quelli che non prendono autobus, cosa faranno in questo momento? dove saranno adesso? Per certo alloggeranno in case serrate, sotto gli stessi tetti di sempre, ad attendere miracoli. Con indosso pigiami sgualciti. Guancia a guancia col misterioso silenzio di un mondo impedito, attoniti e spaventati.

E gli altri ancora, quelli che muovono superbi, il giaccone sbottonato, indifferenti al tragico dramma circolare, ovvero gli immortali impostori negazionisti capaci di fermare il vento con le mani, riusciranno mai a convincersi di poter cedere anch’essi su un letto di ferro di Ospedale?

Sono stanco. Disilluso. Quasi sfruttato. Questi dodici mesi trascorsi in una ingiusta segregazione fanno nella mia memoria un giorno solo. Il giorno del suo annuncio. Da allora, solo uno scivolare continuo dal chiarore delle albe fino ai confusi tramonti. In mezzo poco o nulla. Piuttosto un rimestare di cose per ingannare il tempo. In attesa della scienza, che ha in mano il nostro immediato futuro. E con esso il tempo in cui ridarci una bocca ed un volto. Per l’uso di piccole felicità. Per ricominciare la narrazione di tutti quegli istanti di vita da combinare a nostro piacere.

La Scienza buona vedrete, ci salverà.






Questo è un articolo pubblicato il 14-03-2021 alle 22:26 sul giornale del 14 marzo 2021 - 173 letture

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