Io, Paolo Volponi 2021

paolo volponi 5' di lettura 14/07/2021 - Caro Bruno, sono morto il pomeriggio del 23 Agosto 1994. Avevo settanta anni. E francamente, non so dire se avessi meritato la morte.

Sta di fatto che oggi, ancora di Agosto ventisette anni dopo, giaccio in un sonno d’orrore senza più mani ed occhi, sulla terra ordinata e naturale della collina di S. Cipriano. Dove ormai le albe non si oppongono più ai tramonti e la solitudine non mi procura più dolore.

Il volume della morte qui, è smisurato. Ingombra ogni tratto di questa terra che mi fu dolce, senza restituirmi nulla, se non frastagliati distacchi di memoria. Ovvero, cicatrici di contrazioni ed espansioni continue. Questa orrenda ingiustizia della vita, che molto concede ed altrettanto trattiene, ora che sono morto mi rende ogni cosa astratta. Senza somiglianze con le cose di sempre.

Tuttavia stamattina, in questo dettaglio simmetrico agostano, per quanto assurdo, ho come il presentimento di una tua presenza davanti a questa pietra bianca che mi pesa e mi affatica la fronte.

Caro Bruno, chi sa come sarai invecchiato anche tu. Se potessi avere ancora voce e ne avessi ancora il talento, ti chiederei di quella gente “decente” che abitava Urbino. Dei luoghi che scorrevamo assieme in giorni sempre uguali. Consumati in tramonti rosa, tra narrazioni di ricordi ascoltati, che ci allungavano il tempo delle serate. Ti chiederei di come Urbino è animata. Dei lampi delle piogge d’ottobre. Dell’Orto Botanico. Di quanti mi sono sopravvissuti e se qualcuno ancora legge i miei libri. Delle lucertole sui muri. Di Lavagine, la profonda porta dove consegnarono la Città a Federico, facendolo Conte. Dei cambiamenti. Delle cose effimere, impalpabili e volatili che poi se ne vanno. Di quel tenero registro di luce di maggio, che schiariva lo scuro di ogni mia afflizione. Raccontami Bruno. Fa conto che io abbia ancora orecchi per intenderti. Ma parlami con racconti brevi. Intercalati da pause di silenzi. Sai, il mio tempo è tutto trascorso. Anche il mio futuro è passato. Ho bisogno di liberarmi del tempo, così da riflettere su ogni parola per recuperarne il senso ed i significati.

Caro Paolo, amico mio. Mi chiedi di parlarti di Urbino. Ed io dovrei ammaliarti con riassunti e ristampe di minuziose immagini che allora scaldavano il tuo cuore di poeta. Dovrei mentirti. Indugiare con superlativi bugiardi. Non so fare. Non sono mai stato accomodante ed ancor meno capace di lusinghe consolatorie. Perchè qui le cose non vanno per niente bene. Nessuno più ti legge. La tua scrittura frammista di poesia e narrativa, la tua denuncia sul degrado dell’uomo imposta dalla modernità, ancora così attuale, non suscitano più interesse. Passerai anche come scrittore. Molti di quegli Urbinati “decenti” di sinistra, che invocavano e si battevano per una uguaglianza sociale, oggi si sono smarriti in sentimenti sovranisti, conservatori e reazionari. E se ti hanno intestato una Scuola ed una Via, non è stato per celebrarti, piuttosto per sciacquarsi la coscienza e liberarsi per sempre da quell’indefinito timore di leggerti. Tanto da farmi dubitare se quel tempo d’allora, in cui ti prodigavi, non sia stato più falso di quello attuale, avido di non essere tempo.

Paolo, Urbino è diventata un non posto. Un intermezzo di passaggio per studenti e turisti. In mano ad una cricca di incapaci, guidata da un Sindaco tutto mani e polsi da manovale, solerte nell’asfaltare tratturi e piste di frazioni e carraie di borgate in cui allevare il suo consenso oltre ai suoi interessi d’affari. Trascurando Urbino. Lasciandola sgualcita e dimessa al pari di una giacchetta lisa su una sedia, in una usura da famiglia senza un soldo, a fronte di un insensato “presentismo” spoglio di passato e futuro.

La vita è cambiata Paolo. Anche a me è toccato vivere in un’altra collina opposta alla tua, in una dimensione di memorie archiviate, spesso rileggendo le tue cose, prezioso antidoto alla solitudine. Eppure sono vivo. Ma vedi, quell’interazione tra soggetti diversi che andava un tempo a definire il concetto di “comunicazione” come trasmissione di contenuti per creare Comunità, oggi si realizza attraverso dispositivi integrati, basati spesso su immagini, che inducono su piattaforme di gruppi affini, dove si sviluppano incontri. Ma solo virtuali. Cioè potenziali. I quali accadono, ma non sono effettivi. E seguono attraverso linguaggi elettronici, spesso fatti di “slogan”, sintetici ed efficaci nella loro immediatezza. Astratti da ogni dettaglio. Ecco perché le tue prime sessanta pagine della Macchina Mondiale, per me le più belle in assoluto di tutta la Letteratura Italiana del ‘900, come patrimonio formativo di sensibilità e condivisione sociale, oggi appaiono ai più, come orme di piede umano sulla sabbia. Scioccamente futili ed illusorie.

Caro Paolo, se quella forbice non ti avesse reciso! Forse le cose avrebbero preso un altro verso. Perlomeno in Urbino. Tuttavia oggi, ventisette anni dopo, accontentati della mia cordiale presenza. Che so non bastarti, per quanto onesta. Cerca di non pensarla come la abituale ricorrenza davanti alla solita lapide. Ma accettala come consapevole ed amoroso gesto da parte di chi ancora ricorda il tuo volto taciturno e il tono della tua voce, in un vortice di immagini, a me ancora care. E di chi più di tutti ti ha conosciuto come uomo, apprezzando ogni tua cosa da Scrittore, Politico e Manager.

Continuerò a ricordarti così, da uomo intero. Che non può più parlare ed alzare gli occhi. Come se dormissi.






Questo è un articolo pubblicato il 14-07-2021 alle 22:45 sul giornale del 14 luglio 2021 - 226 letture

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