Paolo Volponi e Bruno Malerba, un dialogo immaginario pieno di verità

paolo volponi 3' di lettura 16/07/2021 - Caro Bruno, il tuo dialogo immaginario con Paolo mi suggerisce la riflessione che il tempo purtroppo cancella il ricordo, o meglio lo fissa come in un fotogramma sbiadito privo di vitalità attrattiva.

Al contrario la memoria proietta il ricordo nel futuro e si coltiva con azioni concrete: la conoscenza, l’approfondimento e iniziative che della memoria costituiscono il fondamento, vale a dire un qualcosa da cui non si può prescindere. Tutto questo, non è stato fatto per Paolo Volponi, nemmeno sul piano nazionale: un premio, un evento culturale, cadenzato nel tempo, legato al suo lascito intellettuale e morale per valorizzarne le analisi e le intuizioni sul futuro del Paese.

Quanto a Urbino e agli urbinati sai meglio di me che il suo rapporto con la città era contraddittorio e sofferto al punto che alcune volte lasciava in macchina Ivrea o Torino e raggiungeva Urbino per abbandonarla subito dopo una breve sosta di fronte ai torricini. Lontana poi da lui l’aspirazione, mai dimostrata, a diventarne sindaco come a suo tempo sostenuto da qualcuno che parce sepulto.

Un’attrazione repulsione per le proprie radici? Dicotomia tra il manager industriale del nord e la remota e peculiare arretratezza di Urbino? Forse, come può aver lasciato intendere in un passaggio di Il leone e la volpe in cui dialoga con Alfonso Leonetti: «Urbino stava lassù. Ignorata, isolata come un castello di ammalati. Chiunque saliva in piazza, cittadino o contadino, guardava il paesaggio e capiva ogni cosa, il giro del sole e il posto degli edifici, così come era contento di trovare il suo, all’ombra o al sole che fosse. Cittadino e villano, ciascuno parlava, contava gli anni e nominava le cose. Tutti finivano per guardare, in quella confusione tra il cielo e la terra, le colline alte, i vertici dei palazzi che restavano fuori, illuminati sotto il sole la cui luce non arrivava fino alle vallate. Erano fuori il Petralata, la torre della Brombolona, Crocicchia, San Cipriano, i Cappuccini e molto in fondo i sassi azzurri di San Simone. Una parentela minuta di chiese e di mattoni, di quereceti e di avellane, di campane di mezza voce, di magri pagliai. Dopo aver riconosciuti questi posti, tutti si accendevano le sigarette e cominciavano a camminare. Si avviavano verso il paesaggio, in congregazioni». Comunque fosse una cosa è certa: ha dato dignità universale al luogo della sua fondamentale ispirazione.

In questa città l’insipienza, ormai pluridecennale, irresponsabile e colpevole, ha condannato all’oblio e al silenzio una voce che dialogherà per sempre con l’intelligenza di coloro che ne hanno compreso la profondità del pensiero impregnato di umanesimo e di utopia. Il suo messaggio è sempre attuale come la sua passione civile e il suo attaccamento a Urbino di cui tuttavia non nascondeva le cose spiacevoli, i «risentimenti» e le «separazioni dure» quando scriveva che «spesso durante le ore perse in piazza a Urbino, l’umor nero mi prende la testa e m’amareggia la bocca». Parole che griderebbe anche oggi, se potesse, di fronte alla decadenza inarrestabile della città che paga errori antichi, amplificati da un sindaco arrogante che esalta un fare banale e caotico per nascondere l’assenza di progettualità, quella vera, fatta di studio assiduo, confronto e coraggio e che proprio stamane, dopo aver trasformato il centro storico in un drive-in, ha dichiarato con improntitudine al «Ducato» che esso è un «salotto che va preservato».

Il 23 agosto, sono certo che la città sarà interessata più ai circenses ducali che a cogliere l’occasione per riflettere sulla lezione morale e civile di Paolo. Un vuoto che tu Bruno hai colmato scrivendo di lui con parole tenere e delicate per sottolinearne l’attualità a fronte della sciatteria prepotente e al vuoto culturale dei nostri amministratori.






Questo è un articolo pubblicato il 16-07-2021 alle 07:56 sul giornale del 16 luglio 2021 - 172 letture

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