La Pala Montefeltro torni a casa, Urbino la attende da troppo tempo

8' di lettura 13/01/2022 - La notizia per il mondo dell’arte è che nell’ex Capitale dell’antico Ducato di Urbino, un gruppo consiliare comunale ha chiesto al Ministro dei Beni culturali, il ritorno della pala d’altare commissionata da Federico a Piero della Francesca per la chiesa-mausoleo di San Bernardino.

Un capolavoro non solo per dire, dipinto su tavola - 1472 circa - e sottratto da Napoleone nel 1811. L’ultima volta che la videro ad Urbino, lei era certo bellissima, e la “confisca” non potè che irritare la gente. Ma poi, dispiacendo qualcosa dell’opera a qualcuno degli “esperti selezionatori” d’arte italiana in favore del Louvre, la stessa venne lasciata a Milano in un museo napoleonico minore, nel quartiere di Brera. Così ancor oggi è rinominata pala di Brera e non pala di Urbino; decontestualizzata e sin dal nome violata sin dentro alla propria origine. Si trattasse di un essere umano - oltre il rapimento - come si chiamerebbero questi reati, quando nella pala vivono il pensiero di Piero, esseri umani veri di Urbino ed altri sognati e quell’inarrivabile luce compresa del suo luogo? luogo che mostra l’interesse matematico-geometrico di Piero e la sua rarefatta capacità di dipingere in prospettiva. E visto che sono state già scritte migliaia di pagine sulla qualità delle immagini di Piero, si capisce quanto sia difficile rappresentarne in poche parole la grandezza. Per dirla con breve linguaggio giovanilese, “una artistica figata”.

Dunque richiesta sacrosanta a Dario Franceschini, ma anche richiesta colorata della sottintesa polemica mai sopita per voci inascoltate di passate richieste anche di Paolo Volponi e di Carlo Bo. E richiesta che trova denso peso specifico nel giusto momento, e dentro la quale si riverbera il valore ancor più vivo che in passato, di Antoine Chrysostome Quatremère de Quincy, storico dell’Arte e molto altro, ideatore di quelle tutele artistiche già nel 1796 scritte nel suo “Lettere a Miranda”. Diuatremere quei principi sul rispetto per l’arte, oggi considerati fondamentali, incentrati come sono sulla connessione delle opere al loro luogo e motivo d’origine coi quali sono nate intessute assieme, e del loro ripristino in caso di allontanamento, ovvero la Teoria del Contesto. Divenendo ogni separazione un impoverimento sia del luogo che dell’opera, entrambi ridotti a frammenti ... Ed ecco, Quatremère chiarire a similitudine, nella quarta lettera a Miranda, pag. 195, in questa deliziosa strofa della rosa attribuita ad Ariosto, che sul suo stelo natale incanta uomini e dei, ma “Non si tosto dal materno stelo/Rimossa viene ... / Che quanto avea da gli uomini e dal cielo / favor, grazia e bellezza, tutto perde”. E poco avanti nella stessa pagina, si interroga parlando di tesori di scultura portati via, “Quale sarà piuttosto la potenza benefica che li renderà alla loro prima patria?”.

E, avvenimento recente, proprio il nostro Ministero della Cultura sta attuando il progetto “100 opere tornano a casa” dai depositi dei musei, a promuovere quel patrimonio amplissimo a torto ignorato, conservato nei più importanti luoghi statali d’arte, ed in forza del quale la Galleria Nazionale delle Marche riceverà cinque opere. Due di Federico Barocci urbinate, due di Simone Cantarini pesarese, ed una di Cristoforo Roncalli, lombardo di formazione fiorentina, provenendo tutte proprio dai depositi di Brera. Anch’esse Pale d’altare. Un progetto esteso a tutta Italia così che molte città verranno risarcite di opere portate via dal loro territorio. Ma la novità vera e più intima consiste nel piacere, immaginandoci noi, l’autore delle ”Lettere” sentir sbocciare qualcosa in quella sua grande anima ... finalmente accarezzata. E felice è, dunque questa decisione di rispedire le opere, una scelta doverosa e se pur dopo più di due secoli, meglio tardi che mai. Le lettere di Quatremère, di piacevole lettura, contengono anche una illuminata critica negativa alla gravissima razzia artistica mai prima avvenuta in Europa, ed al diritto di preda del vincitore Napoleone di umiliare altri popoli, impoverendoli delle loro bellezze e della loro identità. Perché quello della bellezza è il più antico servizio sociale offerto alle popolazioni. Tanto più quando la bellezza risulta strepitosa. Tanto più se è vero che la bellezza, da millenni è quanto di meglio ha prodotto l’uomo.

E Quatremère, per quanto francese stava dalla parte dell’Italia saccheggiata, quando quel grande furto di opere era sostenuto da una giustificazione furbesca. Per costituire il più grande museo universale, sogno di Napoleone, il Louvre, occorreva riempirlo di opere straordinarie anche non appartenenti alla Francia, e per le opere situate in paesi dove non c’era ancora la libertà - dicevano i sostenitori della razzia - essere portate a Parigi per l’educazione dei cittadini, sarebbe diventata l’occasione per trovarsi libere in paese libero, dando loro una dimora sicura. Ecco costruito il marchingegno di comodo per giustificare le deportazioni. Così si era diffuso alla fine del 1700, il detto, meritato sino alla nausea “Non tutti i francesi sono ladri, ma Buonaparte si”. Tal che in epoca di Restaurazione, dopo il 1815, i paesi europei depredati, più l’Egitto, chiesero indietro le proprie opere, e quasi tutti intervennero mandando convogli militari a riprendersi il loro, mentre l’Italia ne fu poco capace, ancora disunita espressione politica degli Antichi Stati.

La Chiesa inviò a Parigi Antonio Canova, conoscitore di Quatremère che riuscì a riportare in Italia circa metà del dovuto. Nonostante questo, l’opera rubata rimase a Milano e deve ancora tornare ad Urbino, assieme a tanti altri quadri del nostro territorio.

E come auspicano i politici sopraddetti, anche il benemerito ministro potrebbe volere il ritorno della pala di Piero poiché lo stesso Franceschini ha salutato con recente soddisfazione l’operazione della Regione Sicilia che, con gesto di ripercussione internazionale, “apripista” nei confronti del British Museum, che trattiene i marmi del Partenone, restituirà alla Grecia il frammento di bassorilievo dello stesso tempio posseduto dal museo regionale Salinas di Palermo. (Cfr. Il Messaggero del 6 gennaio 2022 pag. 21). Ed una saggia idea, ancor prima del progetto ministeriale attuale, è quella di ogni restituzione possibile ai luoghi di origine, espressa da Eike Schmidt, direttore degli Uffizi, storico dell’arte tedesco esperto d’arte internazionale che nel 2019 si mosse opportunamente per far tornare a Firenze lo splendente a vaso di fiori che Jan Van Huysum olandese, dipinse ad inizio 1700. Lo stesso era stato comprato nel 1824 da Leopoldo II° di Lorena granduca di Toscana, e rubato nel 1944 da soldati nazisti che riparavano in Germania. Lo stesso Direttore Schmidt, così esortò nel 2020 “I musei statali compiano un atto di coraggio e restituiscano i dipinti alle chiese per le quali furono originariamente creati”.

Dunque il Ministro non inventa nulla ma con il suo eccellente gesto si muove sulla linea indicata da personalità di indubbio valore. Ecco perché, tornando alla richiesta della restituzione della pala urbinate, anche Dario Franceschini, dovrebbe favorirne il ritorno visto che i tempi sono ormai maturi.

Ma senza coerenza tra le varie parti politiche per riavere il maltolto, come sempre tutto risulterà vano, giocando ogni atto divisivo a sfavore del ritorno. Anche l’idea di chiedere a Brera una ulteriore pala d’altare - quella di Timoteo Viti - ed accontentarsi del ritorno temporaneo della pala di Piero per le celebrazioni di Federico, non sembra il massimo, ma solo una contrattazione. Oltre i politici, oltre le appartenenze partitiche, soprattutto il sindaco di Urbino, dovrebbe premere anche sulla Regione Marche, che faccia il suo per la pala pierfrancescana. E prima di chiunque dovrebbe essere la cittadinanza ducale, conosciuta come colta, a divenire percussiva come un martello ad aria compressa, a raccogliere firme a sollecitare il Ministro e la dirigenza di Brera per il ritorno permanente della Pala di Federico a San Bernardino, come si fa per i più cari amori tra i viventi. Par giusto riflettere che in questo caso della pala di Piero, fortunatamente, non va sollecitato un museo estero in odore di colpevolezza per aver comprato illegalmente qualcosa in Italia. Quando invece dovrebbe risolversi tutto in una stretta di mano tra quei dirigenti di due pinacoteche di stato. Gentiluomini certo, che “Lettere a Miranda” ben conoscono. Vedremo se il Ministro saprà, vorrà e potrà far riflettere la dirigenza della pinacoteca di Brera, in quanto la rinuncia a favore di Urbino è doverosamente culturale. Oppure vedremo quali parole ed atti da Milano giungeranno pur di trattenere ancora l’opera urbinate.






Questo è un articolo pubblicato il 13-01-2022 alle 14:29 sul giornale del 13 gennaio 2022 - 309 letture

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