Demolizione del Baldi e prospettive future

Liceo Baldi di Urbino 4' di lettura 08/02/2022 - La decisione del Consiglio comunale, con l’astensione dei gruppi Pd e Viva Urbino, di abbattere l’edificio del Liceo delle scienze umane “Baldi” è una buona notizia.

L’area era occupata nella prima metà del Seicento dalla chiesa della SS.Trinità - trasformata nel 1907 in una filanda, chiusa agli inizi degli anni Trenta - e poi dal 1942 dalla Gil (Gioventù italiana del littorio). L’idea di costruire in quel luogo il Liceo classico “Raffaello” sollevò molte polemiche soprattutto a cose fatte. La costruzione, iniziata nel 1957, venne ultimata nel 1961. Nel corso dei lavori, il 31 dicembre 1957, morì in un incidente l’operaio diciassettenne Adamo Staccoli (una lapide posta a destra dell’ingresso lo ricorda con queste parole: “In memoria/ di/ Adamo Staccoli/N. 15-1-1940 M. 31-12-1957/giovanissimo moriva sul lavoro/ mentre si erigeva/questa casa dei giovani”).

I giudizi più critici insistevano sul fatto che l’edificio elevato in un punto panoramico deturpasse l’immagine architettonica del centro storico per la sua visibilità. Franco Mazzini, storico dell’arte, soprintendente e accademico, autore de I mattoni e le pietre di Urbino, lo definì, a ragione, “uno sgarbato fabbricone cementizio, inconcepibile offesa all’omogeneità ambientale e paesistica, conclusione ingloriosa di un secolare avvicendamento”.

Ora la preoccupazione è quella di come utilizzare il considerevole spazio recuperato. Si sente già dire che lì si costruirà un nuovo edificio, ma su questo la Giunta non si è espressa, mentre invece ritiene opportuno che l’ex “Baldi” sia ricostruito a fianco del Liceo scientifico “Laurana” nell’area di Varea.

Sono del parere che l’ampio spazio recuperato debba essere utilizzato, invece, come collegamento al Belvedere sottostante, poco frequentato e in stato di semi abbandono, anche perché lo stretto accesso obbligato da via Bramante, uno strappo molto ripido, non è invitante nemmeno per il turista più curioso. Uno spazio da valorizzare per un accesso al Belvedere da Pian del Monte più visibile e raggiungibile con facilità per ammirare uno scorcio fantastico del centro storico in direzione est-sud-est sopra i tetti di via Bramante e di Lavagine. I tempi saranno lunghi e occorre fin da ora affidare il progetto ad architetti competenti in materia di gestione urbanistica e architettonica dei centri storici.

La soluzione di Varea per il “Baldi”, in parte già ospitato dal “Laurana” in via Pacioli, è quella più logica, ma perché non tentare di riportarlo nel centro storico? Mi rendo conto che ci vorrebbe del coraggio e le obbiezioni non mancherebbero: accessibilità e mobilità e l’adattamento non semplice e costoso per rendere funzionale un edificio ospitante da riadattare.

L’idea di riportare nei centri storici le scuole, ma anche gli uffici più importanti, per rivitalizzarli economicamente aumentandone la residenzialità è sempre più diffusa. Nella città del passato il centro storico non esisteva perché coincideva con la città stessa e la parte più antica era espressione dei valori comunitari evidenziati dalla presenza di strutture identitarie, dalla piazza al Comune, ai luoghi deputati agli scambi commerciali e al lavoro artigianale. Tutto cambia con la città moderna e la sua espansione: si demolì, si rinnovò, si salvaguardarono i monumenti più simbolici e si aprì un dibattito che dura tuttora sul loro restauro e destinazione d’uso come è accaduto a Urbino per la Data. Il nostro centro storico, dopo essere stato salvato da una legge speciale fra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta del Novecento, è stato purtroppo violentato nella sua residenzialità per lo sviluppo abnorme dell’Ateneo che ha finito per svuotarlo dei suoi abitanti che hanno affittato le proprie case agli studenti per trasferirsi nei nuovi quartieri fuori le mura. Oggi, come scrive Vittorio Emiliani in L’enigma di Urbino, la città appare “come svuotata e come scomparsa, una città fantasma della quale sembra a volte restare una sorta di guscio splendidamente vuoto”.

Il ritorno delle scuole nel centro della città sarebbe il segnale di una inversione di tendenza coraggiosa, un’impresa difficile, certo, che richiederebbe grandi investimenti e una programmazione di lungo periodo accompagnata da provvedimenti indispensabili per la sua completa realizzazione. Un’impresa impossibile? Forse, ma qualsiasi progetto per rigenerare la città deve necessariamente mettere nel conto, buone idee e la loro realizzazione in tempi non brevi, addirittura la spazio temporale di una generazione. Perché intanto non incominciamo a ragionarci a partire da un’indagine conoscitiva sulla sua praticabilità affidata agli Uffici comunali?






Questo è un articolo pubblicato il 08-02-2022 alle 17:16 sul giornale del 08 febbraio 2022 - 387 letture

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