Urbino senza orientamenti, faticosa da vivere

5' di lettura 14/07/2022 - Raramente entro in Città. Urbino per me, non è più l’erotico posto dove stare. Nemmeno più quel luogo protetto dentro le mura dove sorbire un caffè e magari rollarsi una sigaretta in compagnia di qualcuno o di una cordiale solitudine.

Ormai si va in Urbino come in un viaggio breve, scendendo e salendo i marciapiedi occupati da auto in una ripetizione stancante. Quando mi succede, vivo sempre l’attesa di coloro che tornano nei luoghi dove si è nati e vissuti. La voluttà di perdersi nel labirinto dei vicoli, nei cortili, negli androni. Salire a volte su per le scale.

Frugare Urbino è sempre stato come frugare me stesso. Ma oggi, da quando si è insediata questa Amministrazione, Urbino mi fa l’impressione di una vecchia baldracca, spettinata e rassegnata. Disponibile a tutti e disposta ad ogni lasciva prodezza, dondolante nella sua pienezza dolorosa, abbondante di cattivo gusto senza spiegazioni, schiacciata dal peso tondo che grava addosso alla sua carnalità disfatta ed appiccicosa, che da subito mi procura un desiderio opposto a quello del tornare che è quello del non esserci, di svincolarmi, scomparire, fuggire. Un intrigo di urti insomma, che la rendono insopportabile da vivere.

Per ritrovarla in una dimensione civile, bisogna riviverla nel pensiero. Sforzandosi di ricostruire una Città dentro la Città. Un tempo dentro il tempo. Ricostruendo immagini, volti, botteghe, risonanze di cose anticamente vissute e possedute. E credetemi, non è lo sciogliersi di una malinconia da vecchi.

Stamattina seduto in un bar della piazza, la sigaretta che aspiro con la sua impazienza di nicotina mi impegna nervosamente ora una mano, ora l’altra. Osservo la Piazza che mi pare l’incrocio di una tangenziale. Un guazzabuglio di autobus, corrieri veloci che scaricano e caricano, automobili dappertutto, botti e fumogeni di neolaureati la colmano di un assorbimento ostile di Co2 che mi conforta del mio tabacco. Arriva un Consigliere Comunale. Di opposizione. Incastra la sua auto vicino alla fontana senza alcun destino se non quello sfrontato di acquistare il giornale e sedersi al bar difronte, in una mollezza naturale da privilegiato. Avrebbe potuto scendere in mutande e sarebbe ugualmente insistita la stessa proterva superbia. Dopo di Lui arriveranno a gonfiare quello spazio minimo la casta degli Assessori, dei Consiglieri, degli impiegati, dei bottegai, capi reparto, ruffiani, tutti a parcheggiare attorno a quella fontana che si piscia addosso. Tutti annoverati in quella cultura centrifuga del privilegio, del clientelismo, dell’abusivismo, dell’egoismo, del bidellismo, che stroncano sul nascere ogni forma di socialità.

Questo Sindaco manovale di asfalti, è inutile. Dannoso. Inutile la sua anonima Giunta. Insieme stanno terminando di smontare pezzo per pezzo la Città. Così da consegnare a quel mondo universale dell’Unesco un patrimonio svuotato, una fotografia sgranata color seppia, come quelle sulle lapidi. Consegneranno la reliquia dalle unghie sporche, di quella che un tempo fu Città Ideale. Hai voglia di costruire cattedrali nel deserto a Canavaccio, marciapiedi come parcheggi! Hai voglia di cancellare l’istituto di Polizia Locale tanto basto io, di annullare ogni forma di divieto rendendo la Città avida di ogni trasgressione! Hai voglia di nominare negli Enti amici incapaci unicamente per restituire loro il soldo del sostegno elettorale! di non vedere che il torrione di S Chiara sta cedendo in un degrado intorno che lo spartisce dall’estetica e dalla sicurezza, di attendere che un imprenditore dopo otto anni possa trovare un cantiere vicino per smontare una pericolosa gru! di rassegnarsi alla fatalità che una Città possa non avere più abitanti e nel contempo, sentirsi compiaciuti delle proprie irrimediabili convinzioni tutte segnate da obliqui sorrisi supponenti.

La Città grazie alla trascuratezza di questo Sindaco è diventata il portacenere con cui gioca senza fumare. Durante il primo mandato, si recò in Cina con una delegazione. Nessuno ne capì la ragione. I maligni tralignarono trattarsi di una gita pagata. Mi raccontano che al ritorno, a chi gli chiedesse l’esito di quel viaggio smisurato, rispondesse unicamente lapidario e rivelatore, che “quand i Cines parlen, en se capisc nient!”. O più recentemente, in occasione della titolazione del belvedere a Lucio Dalla affermare “che questi personaggi debbono servire da ‘monitor’ alle nuove generazioni!” Già il monitor, purtroppo mutilato di tastiera che quei poveri sventurati, caparbiamente ancora cercano. La Cultura, mio non amato Sindaco, non è una lunga curva allungata di passività, dove si ricoverano rumori e piccoli eventi o localismi di recite e canzonette e mostre che si risolvono in un breve applauso da parte degli astanti, convinti anch’essi di aver partecipato ad un evento culturale. La Cultura è un percorso che parte da lontano, impervio e difficile che tende alla formazione intellettuale, morale e civile dell’individuo. Che di per sè potrebbe non significare nulla, se non si è capaci di materializzarla nel reale in modelli di idee, di saperi, di conoscenze, di teorie e di comportamenti utili a plasmare una identità culturale condivisa. Il significato di Cultura deriva da verbo “colere” che significa “coltivare”. Ma non sarà verosimile per quanto paradossale, che proprio questo significato letterale del “coltivare” abbia dato una ragione ad un “coltivatore" di granaglie ed erba medica, di auto assegnarsi quel desiderio impossibile della Delega alla Cultura?

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di Bruno Malerba





Questo è un articolo pubblicato il 14-07-2022 alle 07:33 sul giornale del 14 luglio 2022 - 413 letture

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