Natale in Urbino

4' di lettura 09/12/2022 - Infine sarà Natale. Un Natale sobrio, aveva annunciato il Sindaco. Ma già affastellato di luminarie, così da far sembrare Urbino, languidamente luccicante che si spegne ed accende, un luogo che esiste per davvero, dolce e sensibile attraversato da sentimenti che rincuorano.

Ci aduneremo tutti impliciti, in una atmosfera di festa con sapore di confetto. Difficile da raccontare a parole. Il fervore sottile degli allestimenti, alcuni voluttuosi altri aggrovigliati, altri ancora carnevaleschi, coaguleranno una comunanza perfetta tra mistico e pagano, più pagano che mistico, dove ognuno troverà in quella luce biancastra sospesa, nelle melodie inviolate e lunghe ed augurali che si vedono solo nei film d’amore, uno spazio insolito condiviso ed asciutto, per dimenticare le inquietudini.

Intorno alla zuccheriera lasceremo di spalle il mondo orribile. Le sue abbondanti catastrofi. La sua tragica deriva. Accenderemo istanti di una bellezza terribile. Perché noi saremo di qua. Di qua dall’inferno. Di qua da tutto. Riparati dal nostro piccolo intorno, intorno alla zuccheriera, che ci troverà ancora trepidanti di aspettative, di istanti freschi, sessualmente vivi, capaci di idee incessanti e di propositi.

Qualcuno si prodigherà in sorprendenti gesti di elemosina. Qualcun altro infiammerà candele odorose. Altri ancora seguiranno la devozione della via dei presepi. Gli studenti saranno via. Nessuno abiterà più le arcate dei portici. Nessuno pesterà gli acciottolati, né toccherà i muri.

Urbino mostrerà ancora una volta il suo volto crepuscolare, tragicamente disabitato e silenzioso, illuminato dalla crudele lividezza di quelle stelle appese. Vivremo la festa dentro le case, isolati. Davanti alla televisione, al computer con lo smartphone in mano. Saremo la rappresentazione di microcosmi famigliari di bisogni che non riflettono quelli sociali. I quali vengono coperti da una interazione profonda. Che disgraziatamente si è dissolta in Urbino. E con essa il senso di appartenenza, di comunità oltre al significato stesso di città.

Natale in sé mi piace. Mi piace il suo alone. La sua vibrazione musicale. Adoro i cappelletti e non disdegno qualche fianco di casa illuminata. Tuttavia quegli eventi domenicali che oggi lo rappresentano mi sembrano feste al cimitero. Le musichette, gli scoppietti che scaldano il cuore di qualche spettatore, insipide distrazioni dal nostro tempo cittadino, vagamente ingannevoli , tutte esterne al pari delle promozioni per la festa della mamma, finiscono per cavare alla città anche il suo profilo ammaliante e misterioso. Così da vagheggiare che in quel gelido silenzio natalizio, se Urbino da femmina vanitosa potesse specchiarsi in uno specchio grande, enorme, da qui a laggiù, ovvero dalla porta di s. Lucia a quella del vecchio Mulino, ci ritornerebbe una immagine vuota e fredda. Sgombra di incontri. Che sono tutti già accaduti e non potranno più accadere. Solo case sopra case, perennemente a digiuno di vita per una insana dieta di cittadini. Una splendida cartolina illustrata.

Io non so dire, spesso mi sfuggono le parole giuste, ma se dopo una fetta di pandoro, colui che attualmente domina l’immutabilità, scuotesse il suo sonno impersonale e corrosivo al quale è appiccicato come un’ostrica da oltre otto anni e riuscisse ad avvicinarsi ad una idea più sostenibile di città, spegnendo qualche luminaria per accendere qualche sentimento corale, costante e crescente in modo da liberarla dalla sua stessa figura inappropriata e dal disordine ormai organico in cui l’ha cacciata, forse il Natale avrebbe una tessitura diversa. Vissuta senza quell’aria spoglia ed incoerente. Senza quella continua ispirazione al disordine. Allora saremmo più adeguati a condividere insieme le frivolezze più sciocche, le meditazioni, le orazioni e l’allegoria del presepe con la profezia che incarna.

La memoria mi narra i Natali della mia infanzia. Che erano fatti di niente. Se non di messe e di pentimenti sproloquiati in latino, che nessuno capiva ma che ci addensavano di gravità e di apprensioni nell’attesa del brodo di cappone. Eppure, in quell’aria religiosa e pressappoco laica, corposa di presenze umane, di fiati, si realizzava il miracolo straordinario di un comune sentire, dello stare assieme, dove ognuno respirava l’aria dell’altro. Non esistevano fiammate di petardi, scimmiottamenti, omologazioni, nè sgomitate per uscire dalla solitudine. Eravamo tutti poveri e la povertà ha il grande privilegio di affratellare. La festa, ci era già nel cuore.






Questo è un articolo pubblicato il 09-12-2022 alle 07:44 sul giornale del 09 dicembre 2022 - 212 letture

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