Cena di gala alla Benelli Armi

benelli armi 5' di lettura 26/09/2023 - La Benelli armi di Urbino, ha festeggiato i suoi fatturati con una grande cena di gala. Niente male di questi tempi. Erano tutti allegri e pettinati, di una purezza indomabile. Una marea di ospiti addensati attorno a ricche tavole rotonde di orrore, tutti senza paura.

Per la Benelli armi vivere è questo, essere ricchi ed allegri, aver sonno nel corpo e nello spirito e dormire in tutta serenità, soddisfatti e satolli. Se poi qualcuno da qualche parte muore e con la sua morte paga il conto di quella cena di gala non bisogna rabbrividire. Basta credere che uccidere non è sempre una infamia. Convincersi che non si è sempre colpevoli. Accettare che la morte sia già nella vita. Ma soprattutto realizzare che se stai dalla parte del rinculo delle armi Benelli, non si muore mai. E che in ultimo, per salvare l’anima sarà sufficiente non abbandonarsi a quel conformismo morale della sacralità della vita caro agli intellettuali che sono sempre stupidi. Sì, molto stupidi ed ignoranti. Poi saranno queste magnifiche serate di gala per ritrovarsi col vestito buono tra sacchettini di organza profumata e sottilissimi splendori di grazie inframmezzati a piccole beatitudini con aggiunte di piccole grandi annunciazioni senza annunciato, racchiuse tutte dentro un cerchio riconoscibile di morte sia di quaglie che di umani, a certificare un futuro sempre più ricco visto l’andazzo del mondo.

Io non mi sarei mai seduto in nessuno di quei tavoli. Né avrei mai accettato un caffè ristretto. Nemmeno in piedi. Chi sa se qualche ospite guardando nei TG della sera le immagini della polizia morale in Iran, ovvero di quei ragazzi in moto che rovinano per sempre il volto delle ragazze con fucili a pompa M2 E M4 prodotti da quel signore a capotavola che ha negli occhi sempre la morte futura di qualche altra innocente, sia riuscito a liberarsi di quei corpi cosi da vivere in tutta pienezza la tovaglia bianca lordata ma non di sugo.

Ma quando la narrazione arriva nel bel mezzo di questo discorso mi si rimprovera sempre che quel signore di tragedie disumane dopotutto da lavoro ad oltre 400 persone. Come se il lavoro potesse lavare l’onta di quei disgraziati eventi luttuosi. Ma andando oltre, rimane la tristezza di vedere la mia città che fu del Rinascimento, dell’Arte, della Cultura, schiacciata da una parte da un’industria di armi e dall’altra su nell’alta Cesana appena dopo la chiesina delle Selve, da un grande supermercato di munizioni ed in mezzo, l’economia cittadina parassitaria delle affittanze agli studenti, spesso in nero, che non sviluppa impresa, intelligenza, opportunità e nega ogni futuro. Anzi, confina il tempo, quello prezioso, operoso del fare e delle idee, in una quotidianità di istanti ripetitivi senza guadagni. Senza tracce. Sciupato ed immobile anch’esso. Che se fosse un uomo lo guarderemmo morto di sonno con le mani in saccoccia sempre appoggiato ad una colonna che non dice di sì e di no, impalato ed inerte alle sette ed un quarto di ogni sera uguale alle sette ed un quarto di tutti i mattini.

In Urbino non si crea nulla. Si gioca. Si gioca all’Aìta, all’Aquilone, alla Straducale. Si gioca a premiare un giornalista che non esiste, a costruire una tomba vuota, oppure si va a Roma a chiedere all’Unesco di riconoscere la corsa dei trampoli come bene immateriale dell’Umanità. Stupidate. Sciocche ed infantili. Ci vorrebbe una Università, come centro di formazione, di ricerca e di coordinamento di uno sviluppo socio-economico. Purtroppo ne siamo mancanti. Allora ci tocca accettare la rinuncia ad investire in attività sane, in cultura, con grande attenzione al sociale ed alla sostenibilità in modo da inventare un nuovo modo di stare al mondo. Si è preferito invece cedere alle armi. Dimenticando che Urbino fino a qualche tempo fa viveva di una purezza di forme che vivide od incisive, di grandi narrazioni o di piccole umanità, da mordere o da essere preso a morsi, espandevano il pensiero in un sentire che cominciava dalla luce traversa, continuava con le splendide architetture per finire con l’azzurro foulard di colline in un equilibrio perfetto tra paesaggio, luce e spazio. Era l’aura di Urbino. Emanazione di vita viva. Oggi resta poco e niente di tutto questo.

Quel ragno verde immorale della Benelli armi che non sopporta la vita, fintamente camuffato ma ben visibile dalle finestre del Duca, continua a guadagnare spazi giù verso tutta la vallata guastandone la geometria, rubando spazio alle piante e graffiando l’immensa delicatezza di quella natura obliqua, per lasciare alla città l’oscura sgradevolezza di un continuo sfregarle addosso di botti terribili. Da dieci anni di questo Sindaco poi, ogni cosa intorno sfida la più innocente idea finale d’ordine e di educazione. Con Lui tutto è rimescolato, corrotto e capovolto. Al punto che un fabbricante d’armi può diventare esemplare cittadino onorario ed invitarvi ad una cena di gala di fine estate coi suoi rituali dabbene, dove i camerieri servono solo da sinistra e i tovaglioli si tengono con attenzione sempre sulle ginocchia, dove il bicchiere grande è per l’acqua e dove non si ringrazia mai il cameriere, perché non siete alla trattoria sotto casa, ma ospiti dello straordinario e lussuoso Hotel Benelli armi, tra gente per bene mentre in un altrove lontano qualcuno poco a modo, tragicamente, pagherà per voi.


   

di Bruno Malerba





Questo è un articolo pubblicato il 26-09-2023 alle 07:22 sul giornale del 26 settembre 2023 - 2124 letture

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