Dino Tiberi tra politica e cultura

dino tiberi 9' di lettura 26/11/2023 - A cento anni dalla nascita la comunità urbinate si accinge a ricordare Dino Tiberi. A titolo personale, avendolo conosciuto, e come presidente dell’Istituto “Cappellini” sento l’obbligo di offrire una riflessione sul filo della razionalità e del sentimento.

La formazione umana e culturale di Dino Tiberi avviene nel difficile ambiente delle campagne dell’entroterra urbinate, a Ca’ Giudeo. La famiglia di piccoli coltivatori, racconta lui stesso ne Il Ranco, si prodigò con grandi sacrifici per avviarlo agli studi compiuti nella vicina Urbino ma che allora, negli anni Trenta, sembrava quasi irraggiungibile a chi, come lui, proveniva da una realtà “periferica, anonima e improntata all’essenziale”. Da qui, forse, la riservatezza del carattere, scambiata da molti per alterigia, che non era una chiusura quanto piuttosto una modalità comunicativa radicata nel mondo delle campagne da cui proveniva. Un mondo povero, umile e schivo che adottava la diffidenza per difendersi da una realtà percepita come ostile.

Nel novembre 1943, accettò il primo incarico per insegnare nella sperduta frazione di S. Apollinare di Maiolo, nell’alto Montefeltro. Non fu una decisione facile da prendersi perché contemporaneamente aveva ricevuto la cartolina di chiamata alle armi della Rsi. La scelta di recarsi a S. Apollinare non era priva di rischi dato che per la Rsi era un disertore e i fascisti non risparmiarono minacce di rappresaglia ai suoi familiari al punto che nell’aprile del 1944 dovette abbandonare precipitosamente S. Apollinare e rimase nascosto per lunghi mesi in un’area a ridosso della linea Gotica e quindi interessata all’ammassamento di truppe e di armi da parte di tedeschi e repubblichini. Le riflessioni di Tiberi su questo periodo sono quelle di un giovane che della lotta partigiana ha una “presa di coscienza tutt’altro che esaltante”. Vagò alla macchia in una zona tenuta d’occhio dai fascisti rischiando l’arresto e la fucilazione e, vincendo infine la diffidenza per la propensione all’isolamento, colse “ogni occasione per instaurare un contato con gli anziani della Resistenza, cioè con i ribelli veri come i Gualazzi, gli Annibali, i Ferri, i Bacchielli ed altri” ai quali trasmise informazioni per il trasferimento in zone considerate più sicure. Riconoscerà in seguito al Pci un “ruolo cardine” nella lotta armata contro il fascismo, l’impegno unitario e il “porsi al centro di un grande disegno storico quale quello della terra ai contadini”.

Agli inizi del 1945 prende forma e matura in Tiberi una coscienza politica rintracciabile nell’educazione ai valori cattolici e in una preparazione culturale che gli consentiva di intuire la portata degli eventi e cogliere, nel confronto serrato fra gli schieramenti, i problemi legati al futuro assetto politico e istituzionale. L’adesione alla Dc avvenne dunque nei primi mesi del 1945. Nella frazione dove viveva, Pieve di Cagna, era preponderante l’organizzazione del Pci ma la partecipazione era quasi corale anche da parte di altri partiti minori. L’influenza della Dc nell’entroterra urbinate si consoliderà con la crescita organizzativa del partito in ambito provinciale e il ricambio generazionale dei gruppi dirigenti operato per iniziativa di Arnaldo Forlani, Gianfranco Sabbatini e Giovanni Maria Venturi che nei primi anni Cinquanta sostituiranno i vecchi quadri provenienti dal Partito popolare. Questi giovani adottarono una linea politica che li caratterizzava come forza di progresso e la tendenza ad assumere una posizione più autonoma rispetto alle gerarchie ecclesiastiche e all’associazionismo cattolico. A questo gruppo che avrà per referente Fanfani e la sua corrente “Iniziativa democratica” (poi “Nuove cronache”), di fatto guidata da Forlani, Tiberi rimarrà sempre politicamente legato.

La Dc a Urbino è meno dinamica di quella pesarese, ma cerca di assecondare la linea di collegamento con il mondo del lavoro e le sue istanze in una realtà priva di industrie e il cui reddito derivava in gran parte dall’agricoltura, organizzata sulla mezzadria, e la piccola proprietà, e dall’artigianato nell’area cittadina. I legami con la Curia e l’associazionismo cattolico sono molto stretti. Nell’aprile del 1945 il vescovo di Urbino Antonio Tani assicurava al segretario provinciale della Dc, Giuseppe Boidi, un “valido appoggio, anche finanziario”, e che avrebbe sollecitato il clero della diocesi a fare altrettanto.

Tiberi è eletto consigliere comunale nelle elezioni del 27 maggio 1951. Aveva 28 anni, un’ età giovane, ma non più acerba come quella di Forlani segretario provinciali a 23 anni, mentre Venturi lo diventerà nel 1950 a 28. La sua ascesa nel partito avviene gradualmente sebbene non dovesse confrontarsi né con un gruppo dirigente proveniente dal Partito popolare, di fatto inesistente, né con leader significativi intenzionati a misurarsi con la modernità o legati all’ideologia di un cattolicesimo integralista alimentato dall’anticomunismo. L’impressione è che Tiberi avesse le qualità politiche e culturali per emergere, ma che il carattere appartato e l’isolamento sofferto nel recente passato lo condizionarono negativamente. Il gruppo consiliare della Dc rappresentava soprattutto gli interessi dei ceti artigiani e professionali e dei dipendenti statali del capoluogo. In esso, dalla metà degli anni Cinquanta, oltre a Tiberi, spiccavano alcuni intellettuali come Enrico Garulli e Walter Fontana. Negli anni Sessanta il gruppo si rinnova con l’inclusione di consiglieri più preparati sul piano politico e della conoscenza amministrativa. Nel Consiglio comunale di Urbino, del quale farà parte fino al 1970 e poi di nuovo dal 1985 al 1990, senza dubbio il suo contributo è stato importante soprattutto a cavallo degli anni Sessanta quando il Consiglio discusse il PRG e promosse la campagna “Urbino crolla” ottenendo infine dal Governo una legge speciale in favore della città e il suo successivo rifinanziamento. Va sottolineato anche il suo ruolo di amministratore degli Irab e del locale Ospedale civile e l’interessamento per lo sviluppo dell’Università e la difesa del suo status di libera contrastandone la statalizzazione.

In ambito provinciale Tiberi si afferma solo nel 1961: diventa consigliere provinciale e assessore ai LL.PP. nella prima Giunta di centro sinistra presieduta dal socialista Lottaldo Giuliani. Poco dopo, nel 1963, subentra a Venturi nell’incarico di segretario provinciale del partito. Per capire i suoi posizionamenti politici, nell’ambito di una fase convulsa dello scontro fra le correnti democristiane che precede l’accordo per un governo organico di centro sinistra, occorre guardare all’ascesa di Forlani fino ai vertici della Dc: membro della Direzione nazionale nel 1954, vice-segretario nel 1962 e segretario nazionale nel 1969. Nel 1970 la Dc lo candida al Consiglio regionale nelle elezioni che si svolgono per la prima volta nelle Regioni a statuto ordinario e viene eletto nella Circoscrizione di Pesaro-Urbino. Inizia così un quindicennio che vede Tiberi presente nel Consiglio regionale per tre legislature fino al 1985. E’ questo il punto più alto della sua carriera politica. Il 20 dicembre 1972 succede al presidente della Giunta regionale l’osimano Giuseppe Serrini, segretario regionale della Dc e membro del Consiglio nazionale del partito. Nel giugno del 1973 il XII congresso nazionale della Dc approvava un ordine del giorno, presentato da Fanfani, che auspicava il ritorno a un governo di centro sinistra che avvenne il mese successivo presieduto da Mariano Rumor. Tutto questo non poteva non avere delle ripercussioni a livello regionale considerata la “deformazione correntocratica” della Dc”. Da questo punto di vista forse la soluzione Tiberi era considerata un modo per evitare una destabilizzazione di fronte al problema di un’omologazione con quanto avveniva a livello nazionale: gli assetti con gli alleati di centro sinistra in regione, ma anche nelle province e nei comuni, non furono messi in discussione nemmeno dopo la formazione del governo Andreotti-Malagodi.

Il processo di decentramento regionale era stato avviato con l’approvazione dello Statuto da parte del Consiglio il 16 dicembre 1970 e promulgato dal presidente della Repubblica nel maggio del 1971. Ma molto rimaneva ancora da fare e non mancavano le difficoltà per dare corso alla piena realizzazione del decentramento ostacolato sotto traccia dal centralismo politico-burocratico. Inoltre non va dimenticato che Tiberi assumeva la presidenza della Giunta nel periodo critico del lungo terremoto che produsse danni gravissimi al capoluogo regionale. Da uomo di cultura dimostrò sensibilità nei riguardi dei beni culturali e ambientali e per la loro valorizzazione. Consapevole dell’importanza per la Regione dello sviluppo del porto anconetano, nell’ottica commerciale e turistica, sostenne l’adesione della regione alla Comunità dei porti adriatici e al Comitato permanente delle regioni periferiche marittime d’Europa. Nel bilancio del suo mandato, durato poco meno di tre anni, tenuto conto del quadro politico generale non privo di difficoltà, non mancano certo aspetti positivi come quello di avere completato la macchina burocratica della Regione migliorandone l’efficienza.

Tiberi sarà confermato dal voto per altre due legislature in Regione, fino al 1985 ricoprendo ruoli abbastanza importanti di componente e presidente della I Commissione consiliare permanente, Affari istituzionali e rapporti con gli enti Locali e, pro tempore, della IV Commissione permanente, Urbanistica, LL.PP., trasporti e assetti territoriali. Continuerà a coltivare particolare interesse per gli assetti economici della regione lamentando scelte politiche e programmatiche discutibili, da parte del governo regionale e dei comuni, nel settore artigianale secondo lui non adeguatamente protetto e valorizzato. Altro suo cavallo di battaglia continuò ad essere il “pallino” del Montefeltro e in generale dell’entroterra.

Conclusa l’esperienza politica Tiberi si dedicò a studiare e raccontare, con sobrietà e lirismo, in diversi libri di successo la civiltà contadina nei suoi caratteri più riposti. Uno scavo antropologico e sociale quasi alla ricerca di un’identità perduta che andava recuperata nei suoi valori fondamentali per non smarrirsi in un anonimo processo di omologazione culturale (Il ranco 1985; Da Badò 1987, 1995; Il Sillabario di Badò (1991); Il dono della memoria 1995).


   

da Ermanno Torrico
Presidente Istituto "E. Cappellini”





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 26-11-2023 alle 14:35 sul giornale del 26 novembre 2023 - 114 letture

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