La forma del Natale in Urbino

3' di lettura 26/11/2023 - Arriva Natale coi suoi incantamenti, con le sue passioni, con le luminarie aureolate di chiarori fosforescenti che disegneranno tuttavia una Urbino malinconica e struggente nella sua solitudine spopolata.

Nella città senza abitanti esentati da tempo, gli spazi resteranno vuoti. Nessuno li occuperà. Così che quegli istanti luminosi non assorbiranno alcuna presenza o al meglio impegneranno la disperazione di qualche anima occasionale ed imprevedibile in un colpo d’occhio di striscio, svuotato di desideri.

A Natale Urbino toglie la maschera e mostra il nocciolo asciutto ed arido della sua vita. E quelle accensioni e spegnimenti che dovrebbero adornare una coralità cittadina, stabilire un contatto di allegra energia, dovranno invece accontentarsi nella loro circostanza provvisoria del fare luce solo a se stesse, in un inutile mostrarsi, che sa di insonnia, necessaria ad ascoltare meramente il silenzio del vuoto.

Il mio tema da anni è lo spopolamento della città. Mai avvertito dall’Amministrazione. O rifiutato. Mi dicono che quando al Sindaco fu posto il problema, questi rispondesse che non sapeva cosa farci. La sua gioia d’essere evidenzia ogni volta l’imbarazzo del trovarsi per caso dentro una cosa non cercata. Il suo compiacersi di collocarsi fuori dal tempo, dalle cose, dalle ragioni stesse dell’essere Sindaco e la sua limpida astrazione da quel mandato, rivelano chiaramente tutta la sua inadeguatezza.

Urbino a Natale è la città più triste al mondo. Né basteranno i Presepi, né gli alberi di Natale, nemmeno il luccicore degli scoppi a ridarle calore. Perché Urbino è già per se tessa Presepe, albero di Natale, luminosità. Per sé, per la natura intima delle sue cose, per il suo disegno, per le quinte verticali dei suoi palazzi, per quel sottile alone che aumenta verso sera e ne abbellisce le oscurità. Urbino non ha bisogno di ornamenti. È ornamento essa stessa. Basta coglierne l’aura. Urbino ha solo bisogno di volumi di corpi che muovono passi incessanti nei vicoli, negli slarghi. Di gente che cammina e si accompagna. E si pianta come radici nelle piazze. Piazze di cittadini. Riconoscibili. Che vivono il presente. Dove succede sempre qualcosa. Dove può anche succedere che arrivi Natale. Che è un di più. Che non è mai da un’altra parte, dove bastano le luminarie a montarne una finzione. Ma è già tra loro, nelle loro mani che si intrecciano. In quel bisogno strisciante di condivisione. Nel consegnarsi alla realtà delicatissima delle relazioni. Dello scambiarsi auguri, a te e famiglia. Che per chi non conosce l’ordine delle cose, potrebbe essere anche banale ed insignificante. Ma rappresenta quella eccezione definitiva che finalmente aderisce ad un significato intero di Città.

Poi se si vuole, si possono decorare gli aspetti esteriori, le parvenze, aggiungere tocchi effervescenti, spargere odori di confetto. Ma credetemi, senza cittadini è solo dolore che si aggiunge alla solitudine.


   

di Bruno Malerba





Questo è un articolo pubblicato il 26-11-2023 alle 07:44 sul giornale del 26 novembre 2023 - 234 letture

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