La credibilità di un sindaco

3' di lettura 30/03/2024 - La settimana scorsa, il Sindaco uscente, che esce per rientrare e starvi per un altro pò, ha adunato il suo popolo nel salone del collegio Raffaello.

Fin da subito ha cominciato ad accatastare nelle sue mani, ben attento a non farli cadere perché molto fragili, i suoi vanti di dieci anni di amministrazione. Per poi riversarli addosso agli astanti, come spinto dal desiderio urgente di chi vuole comunicare qualcosa di segreto a qualcuno. Vanti straordinari, decine di immagini, alcune fragorose, altre di qualità ambientali, altre ancora prodigiose capaci di scaldare le cose fredde, tutte ammalianti, molto, molto più di quelle in Atene. Una variopinta invasione di spille, spillette e fibbie di alto contenuto spirituale e sociale per la vita di Urbino, narrata con mescolanze di romanticismo a tratti, realismo in altri, agitata nelle pause da incomprensioni, seguita da un parlato con lo sguardo buono ed accolta da applausi d’amore.

Insomma, la edificazione di una catastrofe che diventa occasione di orgoglio collettivo, da creare ammirazione tra i convenuti. Nessun riferimento ai suoi lasciti, alle indegnità per aver lasciato una città invivibile, più povera, senza svolgimenti e con la reputazione rovinata. Si è esibito, mostrandosi. Scivolando da menzogna a menzogna. Confidando in quella platea di sapore medievale che gli ha tributato una ovazione, beatificandolo subito patrono, da vivo, della città morta. Senza mai chiedere a quell’umano nuovo, appena fatto, senza passato, dove avesse consumato i dieci anni anteriori. Se vicino al letto di una città che moriva o l’avesse guardata morire dal finestrino della cucina.

Solo verso il finale per chi è attento alle parole, la grazia dell’oratore ha subito una leggera fibrillazione da intossicarne la sua credibilità. Quando agitando la ipotetica tazzina di caffè che non aveva in mano, ha prefigurato per Urbino, nel caso di una sua rielezione, un nuovo Rinascimento. Ed a questo punto, le orecchie non possono raccontare da sole la scossa di quindici secondi di braccia conserte sciolte in applausi. C’era da aspettarselo. Il Rinascimento come morfina. Quando non si hanno idee, prospettive, quando non si hanno soluzioni e non si é abbastanza, la si butta sul Rinascimento.

Ma ogni Rinascita è un rifiorire, un dare nuova vita ad una cosa morta. Un riciclo della vita di prima che era morta. Dunque un’autoaccusa. Ovvero la confessione del fallimento della sua gestione di dieci anni piena di debiti. Un uomo dabbene, altro da Lui, operoso e non macchiato d’unto, avrebbe ribadito una continuità. Per migliorare una vita già ricca. Non per ricominciarla. Non come risarcimento. Credo che anziché parlare della sua evangelizzazione, sarebbe stato meglio per lui presentarsi con un referto credibile, non importa se cristiano o automunito, così da pensare ad una cosa e raccontarla uguale, senza dirsi perché non l’ho pensata prima, magari dieci anni prima, piuttosto che continuare a dire state tranquilli ed aspettate. Presentarsi come congiunzione e non come conseguenza. Con la consapevolezza di aver prodotto crepe e danneggiamenti alla lista delle cose che stanno al di sotto del basso ventre dei cittadini. Presentarsi infine con un alto reddito morale sul quale poter contare per avere un permesso di soggiorno nella Casa Comunale.

Da dieci anni questo signore ci è entrato nel bagno di casa dove ora si fa fatica a respirare e ci annuncia che le virtù non sono sempre collegate al bene. Che la sofferenza non ha ragioni particolari e che l’unico antibiotico è la Rinascita. Morire per vivere. Magari un’altra vita scomoda. Andando ancora in giro a casaccio, per sedersi in quelle cinque o sei gelide panchine di marmo da autolavaggio che ha gettato in centro, buone per una crioterapia alle emorroidi, unico ornamento certo e pregevolissimo vanto dei suoi dieci anni di mestiere da Sindaco.


   

di Bruno Malerba





Questo è un articolo pubblicato il 30-03-2024 alle 08:27 sul giornale del 30 marzo 2024 - 400 letture

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