Gli annunci del sindaco

4' di lettura 11/05/2024 - I manifesti sono spazi dove vengono pubblicate notizie. Durante il periodo elettorale diventano santini di propaganda da parte di gruppi politici. Nei quali si annunciano le politiche svolte e quelle che saranno.

A volte alcuni sono divertenti, altre stupidi. Altri ancora epitaffi tombali. Come quelli del Sindaco apostolo del dialogo e dell’ascolto, nonché raffinato e pregiatissimo Assessore alla cultura di Urbino, rispettoso degli altri, trattenuto negli impulsi inconsci, che si esprime sempre col linguaggio delle parti più basse del corpo che non si possono dire.

Nel primo dei suoi manifesti annuncia il suo “Amore per il Territorio”. Ovvero il suo attaccamento per quella porzione di terra di cui è sovrano il paesaggio secolare di Urbino, facendone una straordinaria carta rurale da parati che da sempre adorna la città. Questa affezione d’amore annunciata, in grassetto bianco sullo sfondo blu che ne comprende la sua piena immagine ed in cui è possibile anche intercettare la frequenza dei suoi battiti, per quanto accorata, non fa altro che rilevare la sua inclinazione all’inganno. Il territorio da amare è quello di Riceci, ordinato di innocenza e bisognoso di volumi d’affetto a protezione del suo ecosistema. In quello spazio di pace pensata, il Sindaco avrebbe voluto interrare i suoi semi di caprifogli d’amore scatenando una guerra mondiale con una discarica. Ovvero una trappola d’amore devastante. Cinica e crudele. I preti dicono che gli effetti dell’eros-amoroso sono una pericolosa minaccia alla castità. Lui li ha presi in parola, minacciando quella di Riceci. Oltre quella di S. Chiara, quella delle strade bianche della nostra infanzia, quella del territorio cittadino e degli organismi che interagiscono al suo interno. Vittime anch’essi di un amore screditato e perverso. Da prostituta.

Un secondo manifesto esalta il “Valore alla Persona”. Qui il significato si fa un po’ più complicato. Astratto e difficile da capire. L’unica percezione possibile è che voglia riferirsi al continuo prodigarsi con strumenti ed azioni indirizzate al rispetto della persona-cittadino, residente. Che non esiste più. Che non ha più dimora in città. Cancellato come valore sociale. Dunque l’annuncio di una astrazione tradita da una realtà che si rappresenta nella sua mente in maniera confusa, avendo scambiato il valore della persona-cittadino con quello dello persona- studente in una sostituzione etnica. Provvisoria e sconosciuta. Priva del valore di cittadinanza. Un’altra menzogna.

Il terzo manifesto fa ridere. “Urbino concreta”. Una trovata geniale. Che mette buon umore. Creativa e prodigiosa. Opera di un genio della comunicazione. Acqua fresca per la domenica. Una straordinaria idea futurista che dà luce a quel passatismo oscuro e ripiegato dei dieci anni della sua amministrazione. Dopo dieci anni di studi, di aggiornamenti ci avverte che Urbino sarà palpabile, consistente, solida e materiale. Sperimentata. Bella della mia vita, con un’anima stabilita e tangibile! Collettiva. Avrà tutto. Senza sospiri di nostalgie ed inopportuna alla vergogna di quei peggio raccattati in giro. Urbino insomma, esisterà concretamente oltre le visure catastali.

Ma noi, è proprio a questo punto che comincia la mia domanda, noi che leggiamo questi annunci, abbiamo vissuto bene, siamo stati cittadini felici in questi dieci anni? Certi di aver vissuto al meglio un tempo anteriore ordinato e civile? Qualcuno di noi si è sentito un valore, concreto, visto che ci è stata tolta la possibilità inclusiva di incontri per provare a tessere relazioni? È stato vero amore quello per il territorio, che ci è toccato scannarci per difenderlo con le unghie ed i denti? Nemmeno per sogno. Abbiamo continuato ogni mattina a lavarci i denti strofinando a lungo, come unico momento di valore personale e di autostima possibile. Se avessimo avuto le certezze di sentimenti di cui si appropria impunemente il Sindaco, avremmo costruito intorno ad Urbino, insieme, un grande progetto. Edificato ponti per il futuro. Costruito una nuova idea di sviluppo della città. Ci saremmo tolti la colla dal culo ed avremmo condiviso almeno l’utile e l’essenziale. Scambiato dubbi, esperienze. In quel vuoto disabitato avremmo messo donne e uomini in piedi. Dritti. Avremmo chiamato idee. Speso idee. Costruito composizioni. Sorprendendoci di sentirci cittadini vivi. Invece siamo ancora qui dopo dieci anni col naso chiuso davanti a questi muri scollati, in un riflettere triste e rimuginato, ancora una volta invitati a compiere un’altra missione dettata dai monologhi strozzati di quei manifesti, affissi da chi ha sbagliato tutto, eseguito male, creato disordine ed oggi vuole rinnovarsi con l’alone di promesse di altri viaggi osceni. Vivere così è scomodo. È come aver sonno e non poter dormire.


   

di Bruno Malerba





Questo è un articolo pubblicato il 11-05-2024 alle 22:52 sul giornale del 11 maggio 2024 - 280 letture

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