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Quattro imprese artigiane su cinque sono finite in profondo rosso nel 2020. Con picchi vicini alla totalità di imprese in perdita nei comparti che più hanno sofferto il confinamento, il distanziamento sociale, la drastica riduzione del commercio internazionale l’anno scorso. Un autentico “annus horribilis” per i micro imprenditori.



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Imprese, negozi, bar, ristoranti. In molti hanno chiuso i battenti a causa di questa pandemia. Difficile ancora fare una stima, ma uno dei problemi che ha portato molte aziende a mollare è stata non tanto la chiusura delle attività per decreto quanto l’incombenza delle spese fisse, delle tasse e delle cartelle esattoriali.


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Si parla tanto di start-up, di nuove imprese e di neo aziende meglio se condotte da giovani. Ci sono anche incentivi per farle decollare, per avviarle. Fondi nazionali, regionali a volte, come nel caso di Pesaro, agevolazioni tariffarie sui tributi comunali. Eppure il più grande nemico delle imprese, nuove e vecchie, rimane la burocrazia. Una sorta di moloch invincibile che sembra non conoscere crisi.


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Le piccole imprese continuano a sostenere la nostra economia. Lo dimostrano anche i dati; secondo le prime stime dell’Istat, nel 2020 il Prodotto interno lordo italiano ha registrato una diminuzione dell’8,8% rispetto al 2019. Si tratta indubbiamente di una contrazione profonda che ben sintetizza l’impatto negativo che la pandemia da Covid-19 ha avuto sulla nostra economia e sulle nostre vite.



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Il settore moda, tessile e abbigliamento è in ginocchio. L’allarme arriva dalla CNA che da tempo è impegnata nella promozione di un settore che vanta una lunga tradizione in provincia di Pesaro e Urbino e che ora sta pagando pesantemente e più di altri comparti gli effetti della crisi pandemica. Le stime più recenti indicano per il 2020 un crollo di oltre il 37% del fatturato complessivo del comparto tessile, abbigliamento, pelle, cuoio, calzature e accessori.